(8:45) - DOMENICA CON... Louis Schweitzer, Presidente Festival di Avignone Discriminazione: «Il rischio è che aumenti perchè con la crisi, le prime vittime sono i più deboli» Louis Schweitzer, lei è presidente di Renault, del Festival di Avignone, del consiglio di amministrazione di «Le Monde», ma oggi queste non sono le sue attività principali. «Sì, perché sono presidente della Halde, acronimo di "Alta autorità per la lotta contro la discriminazione e per l'uguaglianza". Mi occupa molte ore alla settimana, è un'autorità indipendente, ma finanziata dallo stato francese. E' un'autorità che in Italia non esiste anche se una direttiva europea stabilisce che ci dovrebbe essere in tutti i paesi d'Europa». In che cosa consiste la discriminazione? «Nel lavoro, per esempio è normale essere trattati meno bene se uno è meno bravo o meno intelligente, ma non va bene se il motivo è il colore della pelle o un handicap, una donna di un'altra religione o l'omosessualità. Il problema è che i discriminati non hanno modo di difendersi». Sono molti? «Circa il 10-20 delle persone, ma nella maggior parte dei paesi è un argomento però poco trattato. Chi si sente vittima può scriverci e reclamare. Noi operiamo da quattro anni e riceviamo 10.000 reclami all'anno». Avete buoni risultati? «Sì, otteniamo che il governo cambi leggi o che vengano fatte riparazioni alle persone danneggiate. Noi lavoriamo anche per la promozione dell'uguaglianza, che è la parte più preventiva». C'è molto razzismo e discriminazione in Francia? «Né più né meno che negli altri paesi europei». E rispetto agli Stati Uniti? «Negli Stati Uniti c'è stato un razzismo legale fino alcuni anni fa, cosa che in Europa non è mai esistita. Ma in Europa qualche africano non è trattato come gli europei e una donna è meno pagata o ha meno possibilità di carriera i un uomo. Ci sono sempre più uomini che donne nei posti di responsabilità». E la sua presidenza di Renault? «Sono stato presidente e amministratore delegato dal 1992 al 2005 e dal 2005 sono diventato presidente non esecutivo. Lavoravo 80 ore alla settimana. Quando nel 2005 ho lasciato, il presidente della repubblica Chirac mi ha chiesto di assumere la presidenza dell'alta autorità per la lotta contro la discriminazione e per l'uguaglianza». Che cosa succede secondo lei nel mondo dell'auto? «Credo stia attraversando una crisi congiunturale, magari lunga e profonda, ma legata al fatto che la gente ha paura dell'avvenire e ha meno soldi. Altri pensano che sia strutturale, che il secolo dell'auto sia finito e che la voglia di auto sia sparita. Io non penso che sia così. Il primo mercato per 103 anni è stato quello degli Stati Uniti, ma dal gennaio 2009 per la prima volta il mercato cinese è più grosso di quello americano». Lei ha partecipato al convegno che si è svolto a Roma, promosso dal ministro per i beni culturali Sandro Bondi e dal direttore di Villa Medici Frederic Mitterand alla Villa Medici sul tema «Pensare la crisi». Qual è stato il suo argomento? «Ho parlato di cultura, come presidente del Festival di Avignone. Ho spiegato che bisogna tornare alla ragione e all'equilibrio che erano stati un po' dimenticati. Per quanto riguarda la cultura vorrei sviluppare tre idee. La prima: per molte ragioni è importante che lo Stato finanzi la cultura, che non è soltanto un bene mercantile, ma è una condizione della libertà. E una cultura puramente commerciale è una cultura le cui capacità creative sono limitate. La seconda idea: globalizzazione vuol dire andare verso un modello unico culturale, e questo è un enorme impoverimento. Nel cibo, ad esempio, un'unica cucina sarebbe terribile e anche un unico modo di fare un film. Invece internazionalizzazione vuol dire apertura a tutte le culture e a qualcosa di straordinariamente positivo. Trent'anni fa il Festival di Avignone era un festival soltanto di teatro francese con attori francesi, testi francesi, tutto in francese. Oggi nel 2009 il teatro è in tedesco, in italiano, in giapponese e nell'ultima edizione era visibile tutto il teatro possibile nelle sue diversità. Questa crisi ci deve fare riconsiderare i limiti del modello unico che ci propone la globalizzazione. L'internazionalizzazione deve essere sviluppata. E' tragico quello che è già successo in tempi di crisi, per esempio nel '29: il ripiegamento su se stessi. La mia terza idea: che la cultura per molto tempo è stato un privilegio, un segno di riconoscimento, di élite, ma in un mondo dove ci sono problemi di integrazione e di immigrazione, la cultura può essere il modo di creare un sentire comune di appartenenza e di scoperta». In tempo di crisi la discriminazione aumenta o diminuisce? «Il rischio è che aumenti, perché in tempo di crisi le prime vittime naturali sono i più deboli; il secondo punto è che per abolire la discriminazione ci vuole un'azione sporca dei governi e delle imprese, ma in tempo di crisi il rischio è che l'emergenza faccia dimenticare le ragioni di fondo che ci spingono invece a lottare contro la discriminazione». Lei è anche presidente del consiglio di amministrazione di Le Monde. Che cosa pensa di quanto avviene nei giornali in questi tempi di difficoltà economica? «Le Monde è il giornale di riferimento in Francia. Durante la crisi ci vuole analisi e informazione. Penso che il giornale stampato, quotidiano, sia il solo che possa mettere insieme informazione e analisi. Altrimenti c'è molta più informazione di quanto noi possiamo capire e vi è un'analisi staccata dall'informazione. Invece, il quotidiano mette insieme l'informazione verificata e l'analisi. Il web, la radio, la televisione non hanno spazio da dedicare alla verifica o all'analisi».