L'AQUILA Palazzo Quinzi è la prova. La sua sopravvivenza, il suo rimanere in piedi nonostante la venerabile età e una diagnosi che più infausta non si poteva, dimostrano che era possibile fare qualcosa. La distruzione del centro storico dell'Aquila, quasi completamente raso al suolo, non era un evento ineluttabile come ora sostengono in molti, soprattutto amministratori locali. L'antico edificio, finito di costruire nel 1715, attribuito a Francesco di Accumuli, allievo del Carlo Fontana cui si deve la sistemazione di San Pietro in Vincoli e della chiesa dei SS. Apostoli a Roma, era il primo della lista in qualunque censimento di vulnerabilità sismica stilato in Abruzzo, dal 1970 ad oggi. «Stato della struttura estremamente precario, vulnerabilità alta». La scheda dello studio sul rischio sismico voluto nel 1999 dall'allora sottosegretario alla Protezione civile Franco Barberi è l'unica nella quale viene speso un avverbio per rafforzare il concetto di rischio. Nel dossier del 2005 preparato dai tecnici della Protezione civile abruzzese, il grado di vulnerabilità di Palazzo Quinzi è il più alto tra gli edifici pubblici, e il grado di resistenza assegnato nell'ipotesi di sisma «severo» è di gran lunga il più basso. L'edificio nelle peggiori condizioni, il giudizio è unanime per tutte e due le mappature. Predestinato al crollo. E' ancora lì, al suo posto. Danneggiato, certo. Ma ancora in piedi, prossimamente agibile. La Prefettura, seconda classificata nella graduatoria degli immobili più a rischio, si è sbriciolata come una meringa. Il malato terminale Palazzo Quinzi è invece sopravvissuto. Non c'è mistero, e neppure miracolo. Semplicemente, è stato salvato dalla sua storica destinazione d'uso. Da oltre un secolo, è una sede scolastica. L'edificio, di proprietà della Provincia, ha ospitato un Istituto tecnico, un Liceo Scientifico, e attualmente un Classico. Nel 1989 una serie di crolli del solaio posero una seria questione di inagibilità. Gli alunni di una intera classe vennero evacuati dopo che dal soffitto, a lezione in corso, erano cominciati a piovere calcinacci. L'esempio di «monumentale solidità e insolita robustezza per la particolare contraffortatura alle parti estreme dell'edificio» citato dallo storico dell'architettura aquilana Mario Moretti era ormai diventato un rudere pericolante. Su pressione dei genitori, la Provincia promosse una istruttoria privata sulle condizioni del palazzo. «Murature da consolidare con urgenza, soffitte inagibili e ad elevato grado di permeabilità, l'intera struttura è da ritenersi completamente instabile». Un disastro. Naturalmente i lavori di restauro hanno avuto tempi biblici e un cammino tortuoso. Lo studio risale addirittura al 1991, ma il progetto esecutivo venne approvato nel 1998 e divenne cantierabile nel 2002. I fondi vennero trovati soltanto l'anno seguente e i lavori presero il via nel 2005, poco dopo la visita dei tecnici della Protezione civile abruzzese, che uscirono da palazzo Quinzi con i capelli dritti. «Ma in realtà afferma l'ingegnere Francesco Bonanni, capo del Genio civile provinciale l'immobile venne sottoposto ad un normale intervento di consolidamento». Nessuna terapia d'urto o d'emergenza, quindi. In quegli anni Palazzo Quinzi divenne l'oggetto di un duello rusticano tra enti pubblici. I lavori della metropolitana di superficie, una incompiuta costata 60 milioni di euro, stavano per lambire l'edificio. La Provincia, paventando «manifestazioni di dissesto statico e danneggiamento» chiese al Comune il blocco delle attività per preservare l'opera di restauro, costata alla fine 400 mila euro di euro. Il ministero dei Beni culturali accolse la richiesta e fece sospendere gli scavi, chiedendo ulteriori verifiche «sulla stabilità dell'area». Il rapporto finale sul restauro racconta di reti metalliche poste sui solai, iniezioni di cemento nei piloni e nelle parti dell'edificio ritenute più a rischio, inserimento di catene nelle murature e consolidamento delle murature verticali mediante reti elettrosaldate. «Una robusta opera di messa in sicurezza» dice l'ingegnere. Nulla di più. «Se ogni edificio storico fosse stato sottoposto allo stesso trattamento, avremmo avuto l'80 dei danni in meno» dice l'ingegner Bonanni. «E qualche vita umana sarebbe stata salvata» aggiunge amaro. La pecora nera del centro storico è l'unica ad essersi salvata. La notte tra il 5 e il 6 aprile, palazzo Quinzi ha riportato lesioni che ora vengono definite «marginali». Ha ceduto qualche muratura. Si sono create delle crepe interne ed esterne, dovute anche all'intervento di consolidamento, che ha irrigidito la struttura, rendendola meno elastica. L'ineluttabile non esiste, neppure nei terremoti.