Dopo i primi momenti di paura e di pietà, il terremoto che ha devastato lAbruzzo ci interroga seriamente sulluso che abbiamo fatto del nostro territorio, sullimpiego spesso allegro delle risorse disponibili, sia di quelle private sia di quelle pubbliche, e sullosservanza o meno delle leggi. Il sisma è certamente un evento imprevedibile, ma cè comunque un modo per difendersi, quello antico della prevenzione. In Abruzzo oltre a parecchi monumenti antichi, di alto valore artistico, sono crollati molti palazzi di recente costruzione perché, a quanto sembra, carenti di quelle misure particolari che, soprattutto nelle zone sismiche, bisognerebbe necessariamente adottare. Le 295 vittime adesso pesano sulla coscienza dei vivi e interpellano sulle responsabilità singole e collettive di quanti hanno direttamente o indirettamente contribuito a un assetto urbanistico fatiscente, lasciato marcire per colmo di irresponsabilità. Tutto questo è motivo di seria indignazione. Ma se proviamo a ripercorrere questo evento tragico guardando in controluce quello che si è realizzato in questi stessi anni nellIsola non solo la nostra indignazione cresce ma dincanto si colora di angoscia. Abbiamo costruito, ignorando spesso di vivere anche noi come gli abruzzesi in un territorio soggetto ai terremoti, ma abbiamo costruito anche senza considerare altre possibili calamità. Senza pensare alle ricorrenti inondazioni o agli smottamenti di colline e montagne, abbiamo costruito senza renderci conto della complessità geologica della Sicilia. Ci siamo baldanzosamente allargati, prima sconvolgendo le città, al centro e in periferia, con poco rispetto delle più elementari regole urbanistiche, e poi, soffocati dalle nostre stesse abitazioni e dalle mille forme dinquinamento che sono sopraggiunte, stanchi e insoddisfatti, abbiamo invaso il contado alla ricerca di spazi esclusivi, devastando coste e campagne vicine, per ritrovarci alla fine nuovamente tutti insieme a vivere le nostre impossibili vacanze con le acque del mare inquinate, le spiagge ridotte al minimo e maleodoranti e con limmondizia dietro le nuove invivibili case a schiera sparse per la campagna ritrovata e perduta. In questo dissennato procedere della società (impropriamente) civile, la politica più che fare da freno ha finito per assecondare i comportamenti più trasgressivi in nome della libertà. Le conseguenze, come sappiamo, sono state devastanti. Allinsegna dellaffare e dellinteresse personale abbiamo compromesso il territorio e ridotto al minimo i livelli di vivibilità Un modo di operare chiamato pomposamente «cultura del fare». Non a caso la prima formulazione del piano casa proposta dal governo, che prevedeva la possibilità di ampliamento degli immobili privati semplificando le procedure (sufficiente una semplice certificazione di un tecnico di parte), rispecchia questa malsana cultura. Il terremoto sta costringendo adesso a un generale ripensamento. E non solo perché mancano i soldi, ma anche perché si sta prendendo consapevolezza della impossibilità di continuare su una strada senza uscite se non quella disastrosa dellAbruzzo con i suoi morti e con le sue rovine. Lo sappiamo bene: tra le regioni meridionali soggetti a possibili terremoti la Sicilia, e non da oggi, è sicuramente ai primi posti. La nuova frontiera della politica e dellimpegno civile dovrebbe essere, quindi, quella della prevenzione e della sicurezza. In questi giorni di dolore e di solidarietà ci saremmo aspettati dai partiti di maggioranza e di opposizione ma anche dal mondo dellimpresa e del lavoro e dalle stesse sedi universitarie e dalle varie fondazioni la individuazione per la Sicilia di una nuova strategia dintervento tutta orientata alla conservazione e messa in sicurezza dellesistente: respingere il miraggio delle «grandi opere», quelle faraoniche e dai tempi biblici, e scegliere più sensatamente un generale programma di prevenzione iniziando dalle realtà urbane più significative e dalle infrastrutture più importanti. Ci saremmo aspettati dal governo regionale soprattutto una presa di posizione nuova sulle priorità dello Stato nei riguardi dellIsola, rinegoziando su basi nuove, a esempio, lintera vicenda tragicomica del ponte sullo Stretto. Non è accaduto niente di tutto questo. La società tace e tace la politica. Si aspetta. È il prezzo che paghiamo alla maggioranza di centrodestra che governa il Paese. Ma in questo modo non si fa linteresse dellIsola e si affossa lAutonomia.