ROMA Le Fondazioni liriche italiane (150 milioni di euro di deficit complessivo), benché in attesa dell'approvazione definitiva delle nuove norme del decreto Urbani che le riguardano, tirano un preventivo sospiro di sollievo. Di fronte a possibili smantellamenti dei complessi stabili e del mantenimento, assai difficile ad essere raggiunto, del tetto di ingresso dei privati al loro intemo (fissato nella percentuale del 12), vedono oggi un orizzonte meno catastrofico. La Commissione Cultura nella sua interezza ha infatti emendato il decreto abbassando dal 12 all'8 il famoso tetto, nonché, per il futuro, una possibilità di contrattazione diversa dall'attuale per le maestranze di primo livello. Ha commentato il ministro Urbani: «L'emendamento è stato sollecitato da tutte le Fondazioni, che versano in gravi difficoltà e ne avevano necessità immediata. La collaborazione dell'opposione ha facilitato le cose: i presidenti delle Fondazioni sono i sindaci delle rispettive città di appartenenza, e molti di loro sono di Sinistra». Nella fattispecie il decreto, approvato in prima lettura dalla Camera dei Deputati, oltre ad abbassare la percentuale richiesta dell'intervento privato, impegna il progetto delle Fondazioni non più per un triennio, bensì per un biennio. Per quanto riguarda la contrattazione, viene inserito il principio che lega il rinnovo dei contratti integrativi aziendali all'effettivo reperimento delle risorse necessario, nel rispetto del pareggio del bilancio. Di tali risorse non potranno in ogni caso far parte i contributi dei soci fondatori pubblici e privati. Infine, le risorse del Fondo Unico saranno ancorate ad alcuni precisi riferimenti: i trasferimenti ricevuti in passato; la capacità di incrementare la produzione; l'entità degli investimenti per aumentare il pubblico e la politica dei prezzi; la valutazione dell'entità della mano privata nel patrimonio e nel finanziamento della gestione.