Erano pagate dalla Regione, ma da tempo non ci sono più Tanti progetti ma nessuno davvero realizzato per restituire l'antico splendore alla bellissima cala La valorizzazione dell'isolotto della Gaiola divorato dall'incuria e vandalizzato dai tombaroli è una delle tante occasioni mancate da Napoli. È ritornata in prima pagina dopo il massacro dei coniugi Ambrosio, ma nei palazzi istituzionali nessuno dimostra di crederci. Come avevano previsto Roberto Pane e Renato De Fusco, che pure con lucida competenza avevano indicato la strada da percorrere. Far rivivere il tempo felice in cui Pippo Dalla Vecchia sommozzava sotto lo scoglio della Gaiola inseguendo l'ombrina di Marechiaro che oggi è scomparsa è impossibile, d'accordo, ma uscire dall'inerzia di oggi si può. Anzi si deve. Nel corso degli anni a salvare l'isolotto maledetto ci hanno provato in tanti, ma hanno fallito. Da Marevivo, l'associazione ambientalista che a detta dell'archeologo Giuseppe Vecchio, responsabile per la Soprintendenza, «non ha fatto proprio niente », alla Regione, che è diventata proprietaria della villa a terra e di quella a mare oltre che dei reperti del Parco scampati al saccheggio perfino dei pavimenti, ma non ha mai messo a punto un progetto che accanto alla tutela preveda investimenti finalizzati al recupero e allo sfruttamento di questo unicum archeologico e paesaggistico che altrove sarebbe diventato una gallina dalle uova d'oro. La Gaiola non può essere solo un museo, deve diventare anche un centro di attività produttive legate all'archeologia e al turismo. La Regione, in realtà, ha benedetto qualsiasi proposta il Parco marino legato al campus archeologico, piuttosto che l'istituzione di un Centro di biologia marina legato alla Federico II e all'Acquario, ma anche gli itinerari culturali e un centro convegni ma la verità è che ci si limita a sperare che la Soprintendenza archeologica cavi le castagne dal fuoco. E non si ha il coraggio di osare chiamando in campo i privati che pure da anni bussano alla porta. E che sono stati sdoganati anche dalle vestali del paesaggio: «Nessuna preclusione nei confronti dell'iniziativa privata dice ancora il professore Vecchio a patto, però, che i progetti siano compatibili con le linee indicate dalla Soprintendenza ». Che significa porte sbarrate a chi magari vorrebbe il casinò, ma ponti d'oro a progetti capaci di rivitalizzare l'area. Nella lista dei fallimenti, infine, non va dimenticato il Comune che propose l'idea avveniristica del ponte a cannocchiale bocciata senza attenuanti dalla Soprintendenza. Una grande storia alla napoletana, insomma nella quale compaiono e ricompaiono tanti indiziati ma non c'è mai un colpevole. In questi giorni, ad esempio, abbiamo ascoltato sacrosante denunce per la mancanza di vigilanza, ma nessuno ha chiesto che fine hanno fatto le guardie dell'isolotto, pagate dalla Regione, che ora non ci sono più. Costituivano un deterrente, soprattutto nei mesi estivi, ora ognuno si arrangia come può. Il soprintendente Piero Guzzo non si sottrae al dibattito e quando gli viene chiesto cosa farebbe per rilanciare la Gaiola risponde secco: «Rivolgetevi al padrone». Cioè bussate a Santa Lucia. Poi va oltre la battuta pungente e precisa: «Dico alcune cose banali ma fondamentali: come si trattiene l'ospite dopo la visita archeologica e il bagno a mare? E poi ancora: come si arriva alla Gaiola»? Il professore non ha dubbi: «Con le barche, come si è sempre fatto». E l'idea del ponte? «Da bocciare, ci provò anche Ninì Grappone e finì malissimo». Giulio Pane, l'urbanista figlio di Roberto, pone un altro interrogativo: «I due teatri sono stati restaurati grazie ai fondi europei, ma perchè non vengono aperti al pubblico con un calendario di iniziative»? Potrebbe essere un'idea soprattutto se si arricchisse il pacchetto teatrale con attività enogastronomiche sempre molto gradite». È d'accordo anche l'altro soprintendente Stefano Gizzi il quale abbozza un'altra idea: «Penso al recupero della modesta ma caratteristica edilizia rurale molto presente nel Parco. Gli archi a volta, lo stile mediterraneo che richiama la bellissima architettura dei borghi marini di Procida, Positano e Massa Lubrense: il restauro di queste abitazioni potrebbe dar vita ad un percorso di botteghe collegate alle suggestive discese a mare che vanno verso la casa degli spiriti». Tante idee, confuse ma perfetttibili. Se si vuole salvare la Gaiola, però, bisogna rompere l'indugio: gli orrori di oggi sono anche figli dell'inerzia: «Noi conclude Vecchio andiamo avanti con i nostri lavori per ospitare la sede dell'area marina protetta e, quando arriveranno i soldi dal Ministero, realizzeremo il Centro di biologia marina e il Centro studi». Ma non basta: «Lo so, ma non dipende da noi». E si ritorna al punto di partenza.