«POSSIAMO a malapena immaginare quanta tensione e quanta ansietà vengano generate dallaffannosa ricerca di emblemi di prestigio oggi diffusasi nella nostra società, e non ci resta che rabbrividire al pensiero di ciò che potrebbe derivarne se mai avesse a verificarsi una depressione». Era questa la profetica previsione fatta dalleconomista Robert Lekachman nella seconda metà del secolo scorso. Ora, se è possibile ampliare la categoria degli «emblemi di prestigio» fino a comprendere alcuni prodotti della cultura nostrana di oggi, è facile immaginare lo stato di scoramento e di disperazione di quanti hanno dovuto prendere atto con terrore che la crisi economica ha imposto tagli anche alle risorse destinate a manifestazioni diventate col tempo veri e propri Fescennini della politica. Il make up linguistico col quale si è a lungo tentato di far passare un numero infinito di sagre paesane per iniziative culturali è entrato in crisi. Con le eccezioni dobbligo, sindaci, assessori, presidenti di associazioni, club, pro loco, organizzatori di eventi non si danno pace. È una materia delicata e perciò va trattata con cura onde evitare il rischio di scivolare sul terreno infido delle generalizzazioni e del fanatismo. Ha ragione da vendere il presidente della Fiera del libro, Rolando Picchioni, quando ricorda che «non è uno spreco investire in cultura»: se non fosse nota la sua onestà intellettuale sembrerebbe quasi una banalità. Ma nellintervista, rilasciata giovedì a Repubblica, con riferimento ai 50 mila euro di costo a carico del Comune per montare e smontare ogni anno la torre di Librolandia di François Confino, ha obiettato: «Dire che una cosa è sprecata se destinata alla cultura è sbagliato». Il problema sta tutto nel definire bene quella «cosa» che può comprendere la torre dellarchitetto e scenografo francese ma anche quel tanto «altro» che solo con un grande sforzo di volontà e molta accondiscendenza si può far entrare nella categoria dei progetti senza i quali, per dirla con Picchioni, «la cultura non avrebbe marciato di pari passo con il progredire della civiltà umana». Lo scandalo Grinzane e le precedenti polemiche sui finanziamenti a pioggia a favore di discutibili iniziative culturali hanno riproposto la necessità di una gestione più virtuosa del danaro pubblico. Che non vuol dire, come ricorda Picchioni, mettere in alternativa la cultura con una mensa per i poveri ma fare in modo che luna e le altre possano continuare ad esistere senza essere accompagnate da spese sconsiderate e a maggior gloria di qualche assessore. A questo è bene porre attenzione quando, in tempi di crisi, la mensa diventa un bisogno primario che non deve per forza mettere in ombra la cultura ma consigliare la guerra a tutti gli eccessi e le vacuità vigilando sulle confusioni interessate che servono a cambiare tutto perché tutto rimanga come prima. E allora fa bene la Fiera del Libro a mettersi in sintonia con la congiuntura che impone sobrietà e rigore. Ma non è certo questa manifestazione in discussione quando si chiede una riduzione degli sprechi. Librolandia, con o senza la sua Torre, come il Regio, il Carignano, il Museo Egizio è parte autorevole del panorama culturale torinese e, in quanto tale, nessuno potrebbe immaginarla come uno spreco senza incorrere in un grossolano errore di valutazione. Anche il programma della prossima edizione, che sconta un taglio di spesa di 200 mila euro, presenta grandi spunti di interesse e di novità. A conferma del fatto che si può risparmiare e continuare ad assolvere la funzione per la quale la rassegna è nata e si è sviluppata negli anni. Il problema è semmai fare attenzione che non venga involgarita e che non finisca per assomigliare alle cose inutili, per dire quelle maratone di tutto e di più il cui valore poi viene misurato col metro del numero dei visitatori, che mai corrisponde a quello dei biglietti pagati. Perché una rassegna come Librolandia, comunque la si voglia allargare per sottrarla al rischio di diventare un club per pochi, resta pur sempre un fatto culturale. Per dirla senza giri di parole, cantanti, attori, calciatori, soubrette, comici, veline hanno titolo quanto chiunque a scrivere un libro, a promuoverlo e venderlo con successo anche ricorrendo alla platea della Fiera del Libro. A condizione che non si confonda il pubblico di questa platea con quello dei lettori veri per consentire a qualcuno di recuperare in extremis i perduti «emblemi di prestigio»