Scrivono i libri di storia che Palermo è stata a lungo «città ricca di giardini a sua volta circondata da un giardino più grande». Ricordano di quando essa era considerata «tutta colma di alberi coltivati» e orti, jardini e viridarii occupavano molti spazi allinterno della città murata per le necessità familiari e di piccoli mercati, ma anche per il piacere dei fiori e dellombra. Quando qualche spazio si apriva per labbandono o il crollo di una casa si realizzava una xirba o ghirba (dallarabo hirba, rovina) che è, più meno, quello che vorrebbe fare oggi chi propone un giardino nella cosiddetta area Quaroni al posto delle macerie di un bombardamento. Lo storico Henry Bresc ha ricordato come nel medioevo fossero numerose nel centro storico e anche le planimetrie che rappresentano la città dei secoli successivi mostrano non solo piccoli spazi a verde ma anche più grandi giardini aristocratici come quello del Palazzo dAragona allOlivella o quello dei Moncada a palazzo Ajutamicristo. Alcuni giardini si affacciavano sugli assi principali della città, anche su via Maqueda come quello accanto al palazzo Cutò Anche la storia più recente dice dellesistenza di spazi verdi, alcuni evidenti e magnifici come il giardino Garibaldi a Piazza Marina o villa Bonanno nel piano del Palazzo Reale, altri nascosti e insospettabili nei cortili di molti palazzi, nei chiostri delle chiese. Ovunque lo spazio si rendeva disponibile, il verde si offriva sempre, fedele al ruolo che la natura e la storia gli avevano attribuito, come occasione allevoluzione della città. Non solo nella Conca doro, per centinaia di anni cardine delleconomia cittadina, ma anche nel quadrilatero della città antica grazie alle occasioni offerte dagli orti e dagli alberi da frutta al commercio cittadino, e per le straordinarie dimostrazioni del potere pubblico o privato che i giardini ornamentali offrivano ai potenti. Anche oggi, e forse più che mai, visto il disastro che è avvenuto e continua nella Conca doro, le occasioni offerte dagli alberi per rendere più bella la città, per offrire ai cittadini aree di sosta e di riposo, per ridurre quella che in climatologia si chiama «isola di calore» e che si manifesta nei centri urbani, dove la densità edilizia è massima e la forma della città impedisce il rimescolamento dellaria, con temperature più elevate che comportano più consumo di energia per il raffreddamento e più inquinamento, sono preziose. La moderna urbanistica invoca più verde nei centri urbani. La tragedia abruzzese ci ricorda anche dellutilità di disporre nei densi centri storici di aree libere da edifici. Quale allora il motivo per cui non debba sorgere un giardino nellarea Quaroni, di fronte ad una storia urbanistica così mutevole, agli indiscutibili vantaggi del verde? Si avanzano riserve richiamandosi al rispetto del diritto di proprietà, di accordi definiti e della cortina storica di via Maqueda. Sui primi due aspetti, verrebbe da sorvolare: di fonte al diritto dei polmoni di respirare aria più pulita, di trovare il riposo di uno spazio verde in pieno centro, ci si limita a chiedere alla Curia di occuparsi non solo dei propri affari cementizi ma di ascoltare lopinione dei cittadini e alla politica di provare a fare il suo mestiere mostrandosi capace di scegliere nellinteresse pubblico. Di fronte al tabù della «cortina storica», chiunque passeggi per via Maqueda capisce che traffico, sporcizia, polveri sottili, marciapiedi malmessi e occupati da moto in sosta abusiva, negozi abbandonati, sono il vero problema. Mentre con la sacrosanta continuità ottica della strada non si vede come possa essere in contrasto una cortina arborea piuttosto che muraria. La storia dei giardini è stracolma di esempi (in gran parte proprio rinascimentali) che dimostrano come gli alberi possano creare compatte architetture. È ovvio che i giardini vadano progettati, realizzati e gestiti con criteri di qualità che da molti anni Palermo non conosce e sono forse proprio i tristi recenti esiti di una storia verde addirittura mitica a far credere ad alcuni che non possano essere alberi e fiori a riempire larea Quaroni.