Non sperate troppo nei privati, o voi che fate lirica, perché è bene ridimensionare le aspettative. A questa conclusione porta l'approvazione del decreto del ministro Urbani, ieri alla Camera, con l'emendamento voluto dalla commissione cultura: la riforma prevede infatti che la quota dei soci privati che entrano nelle fondazioni ìirico-sinfoniche scenda dall'attuale 12 del contributo statale all'8 e con un impegno non più triennale ma biennale. Vuol dire, questo, che trovare soldi è difficile, soprattutto in città che non siano Milano. "È un provvedimento tampone, è il riconoscimento che le norme esistenti, pur nella buona volontà, non bastano commenta Giovanna Grignaffini, parlamentare ds - Nel settore si privilegia ancora la sponsorizzazione, il mecenatismo culturale in Italia non è ancora di gran moda" (chi spera nei privati come una manna, ad esempio per la Biennale di Venezia, dovrà rifletterci su). Altre novità investono i teatri musicali. La prima riguarda chi ci lavora. Eventuali integrativi al contratto nazionale del lavoro saranno legati al reperimento delle risorse e al pareggio di bilancio (oggi su 13 non l'hanno raggiunto in 8-9, spesso per colpa dei tagli statali, mentre il deficit globale è sui 35-40 milioni di euro, non un centinaio), ma saranno slegati dai soldi dei fondatori pubblici e privati. Altro dettaglio decisivo, i criteri di assegnazione dei soldi dallo Stato: incideranno anche la produttività, la politica dei prezzi per favorire il pubblico giovanile, in che misura i privati partecipano alla fondazione. Su questo fronte in passato, i teatri si sono scannati tra loro. Resta da vedere se il mancato rispetto di questi criteri comporterà sanzioni o un nulla di fatto, com'è accaduto con teatri che dovevano essere penalizzati per non aver raggiunto il 12 dei soci privati e invece hanno goduto di proroghe.