Un differente modo di intendere i beni culturali e paesaggistici, concezioni spesso contrastanti, perfino opposte, s'incontrano seguendo convegni e incontri organizzati negli ultimi mesi. Il modo più allarmante di considerare il patrimonio artistico nazionale viene da chi crede acriticamente nel modello "fondazione" e nel nuovo diktat dei "distretti culturali". Le fondazioni, di fatto, puntano alla valorizzazione dei beni nell'ottica di creare circuiti utili allo sviluppo economico. L'individuazione di aree omogenee - i cosiddetti distretti culturali - per lo sviluppo di attività produttive e dinamiche gestionali consente di lanciare proposte turistiche per innescare processi di crescita dell'indotto. La valorizzazione dei beni culturali è immaginata dalle fondazioni come un volano per il rilancio delle potenzialità economiche locali caratterizzate come economie di nicchia in un mercato globale. Pericolosamente ambigua è però la ricorrente menzione dei beni culturali a fianco delle tipicità eno-gastronomiche o delle peculiarità paesaggistiche minime. Il rischio è che, a fronte della produttività economica, il bene culturale non venga effettivamente tutelato e sia equiparato a produzioni commerciali. L'estrema delicatezza del bene culturale, in funzione della sua conservazione, comprensione e trasmissibilità, e la sua non riproducibilità finisce per essere considerata un ostacolo ad una valorizzazione prettamente monetaria. In questa circostanza continuano ad incombere sul patrimonio culturale problemi sostanziali e seri a cui nessuno intende veramente dare una soluzione: dalla scarsità di risorse umane e finanziarie delle soprintendenze, alla ricerca di una collaborazione tra le amministrazioni, alle enormi difficoltà delle facoltà universitarie umanistiche nell'offrire agganci con il mondo del lavoro. Ancora manca una diffusa consapevolezza che questi sono i veri pilastri su cui fondare una seria politica di tutela e di valorizzazione del patrimonio culturale, se davvero vogliamo ancora riconoscervi un fondamento della nostra identità. Sul rapporto fra paesaggio e patrimonio culturale, invece, si è discusso di recente in un convegno di Italia Nostra a Roma. Giuristi, intellettuali e ambientalisti hanno affrontato il tema seguendo il filo rosso di una visione storicistica complessa. È stata riconosciuta da tutti l'indissolubilità del legame tra paesaggio, come prodotto delle interrelazioni tra cultura e ambiente, e storia delle popolazioni che quel territorio hanno plasmato. Un approccio che determina una puntuale ricognizione delle componenti paesaggistiche, dai muri a secco alle produzioni agricole, dall'architettura rurale alla viabilità e alle tecniche di coltivazione, fornendo un quadro delicato ed estremamente variegato delle facies del territorio. Il nuovo Codice varato dal ministro Urbani, ma soprattutto una serie di provvedimenti legislativi - legge quadro sulla qualità architettonica, testo unico per l'edilizia e due articoli della legge 3262003, il famigerato silenzio-assenso (art.27) e il condono - introducono dubbi e perplessità sui mutamenti nelle politiche paesaggistiche. Desta preoccupazione, in particolare, l'ipotesi di modifica dell'articolo nove della Costituzione: l'inserimento del concetto di ecosistema e dei diritti degli animali determinerebbero infatti un'ibridazione del testo, aprendo la strada a fraintendimenti e pericolose ambiguità.
Se Botticelli vale un bicchiere di vino
Un convegno ha discusso del rapporto tra paesaggio e patrimonio culturale. I partecipanti hanno sottolineato l'indissolubilità del legame tra paesaggio, cultura e ambiente. Il paesaggio è visto come un prodotto delle interrelazioni tra cultura e ambiente, e comprende componenti come muri a secco, produzioni agricole, architettura rurale, viabilità e tecniche di coltivazione. Un nuovo Codice varato dal ministro Urbani ha introdotto dubbi e perplessità sulle politiche paesaggistiche.
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Bene culturale
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