Picchioni: risparmiare era doveroso e questa non è una bottega Penso che il premio avesse due personalità contrapposte, proprio come Soria. Mi fa star male pensare che lui ora sia in carcere Vattimo dovrebbe riflettere: che cosa dovremmo fare? Non invitare più i paesi del mondo e trasformarci nello strapaese italiano? Allora, presidente Rolando Picchioni, via la "Torre di Confinò" in questa Fiera del Libro ai tempi della crisi. Dunque era uno spreco esagerato? «No, non dica così, suvvia: costava ma era riuscita persino a diventare il simbolo della Fiera. Era necessario però dare un segnale. In un anno in cui i tre enti che ci finanziano, Regione Piemonte, Comune e Provincia di Torino, fanno uno sforzo eccezionale per darci gli stessi soldi del 2008 nonostante i tagli, allora avevamo lobbligo di risparmiare». Non sarà stata uno spreco la "torre", ma chi la pagava (il Comune, ndr) aveva sempre evitato di far sapere ai cittadini che solo montarla e smontarla costava ogni anno 50mila euro. Che cosè allora lo spreco nella cultura? E la Fiera del Libro spreca denaro pubblico? «Dire che una cosa è sprecata se destinata alla cultura è sbagliato. Occorrono prudenza e buonsenso anche in questo settore, ma è solo provocatorio affermare che in tempi di recessione economica le prime spese da tagliare sono quelle culturali. Se si fosse sempre ragionato così, la cultura non avrebbe marciato di pari passo con il progredire della civiltà umana. Io non credo sia giusto porre in alternativa la cultura con un asilo nido o con una mensa per i poveri. Piuttosto, è obbligatorio evitare le esagerazioni, le vanità dispendiose». Facciamo un esempio di buona gestione nella Torino che talvolta esagera? «Questa edizione della Fiera del Libro. Pensiamo di risparmiare almeno il 20 per cento rispetto a un anno fa. Fatta la tara di quanto ci costò allestire unedizione blindata in seguito alla contestazione contro Israele, il taglio non sarà comunque indifferente. La ritengo una scelta positiva e che altri dovrebbero imitare nella cultura pubblica». Discutendo di libri e di soldi, viene spontaneo il riferimento allo scandalo del Premio Grinzane Cavour. Lei con chi sta? Con chi dice che quelli di Giuliano Soria erano solo eventi narcisisti e inutili oppure con quanti riconoscono a quellesperienza anche una indubbia identità culturale? «Dellinchiesta giudiziaria non parlo: ho troppo rispetto per i magistrati. Quanto a Soria dico solo che mi fa star male sapere che è ancora in carcere. Penso che il suo premio avesse due personalità contrapposte, come lui. In fondo non ha inventato nulla: leffimero degli eventi costosi, delle star invitate per un giorno, era cominciato ai tempi delle giunte rosse nella Roma di Nicolini. Erano gli Anni 70. Non so quanto tutto ciò fosse in grado di consolidare cultura. Era la filosofia dello spettacolo "mostruoso", secondo letimologia latina di questa parola». E laltra personalità del Grinzane? «È quella inventata dal suo fondatore, il salesiano don Meotto. La valorizzazione di un territorio legato alla propria cultura. Ciò che Lévi-Strauss spiegava così: "Il respiro del grano". Non penso che Giuliano Soria abbia tradito questo aspetto del premio: basta guardare tutto ciò che organizzava per le Langhe e per il Monferrato». Non cè Fiera senza la sua polemica. Dopo Israele, ora Gianni Vattimo attacca lEgitto. Che ne pensa? «Gianni è un mio amico e lo stimo, ma non capisco come possa essere così fuorviato e fuorviante. Che cosa dovremmo fare? Non invitare più i paesi del mondo e trasformarci nello "strapaese" italiano? Nel mio discorso di presentazione di questa edizione ho liquidato Vattimo con una battuta: "Non so se ci possono dare soluzioni il filosofo e i suoi accoliti". È soltanto una battuta, ma vorrei che Vattimo ci riflettesse sopra». Qualcosa che i torinesi non sanno della loro Fiera? «È legata proprio al problema dei finanziamenti. Per la prima volta siamo stati inseriti nella lista del ministero dei Beni Culturali degli enti e delle associazioni che possono dare il diritto ai propri sponsor di detrarre dalle imposte le spese compiute per aiutare la cultura. Prima non ci volevano, perché a qualcuno (non ai torinesi) era piaciuto far circolare limmagine della Fiera come di una grande bottega, come di una kermesse commerciale solo per vendere libri. Adesso a Roma hanno capito che siamo davvero un "Salone" e cioè, prima di tutto, una realtà culturale».