Anche se le bocce non sono ancora ferme e ce ne vorrà di tempo perché lo siano, lemozione per il terremoto in Abruzzo, la pietà per i morti e per i vivi che hanno perso affetti e beni materiali, non può frenare più fredde valutazioni. Tanto più in una regione come la Campania in cui il terremoto è ancora fresco di ferite e di drammatici ricordi. Ed è sempre in agguato. Alla solidarietà e alla pietà non può non associarsi la rabbia. È inconcepibile che in un Paese del primo mondo una scossa considerata di media intensità debba tuttora provocare tante vittime. Ed è inverosimile che danni e vittime li subiscano innanzitutto lospedale dellAquila, un edificio che dovrebbe essere un modello di ingegneria antisismica, e la casa dello studente che non dovrebbe esserlo da meno. Si sa anche bene, soprattutto dopo il terremoto del 1980 in Irpinia e Basilicata, quali sono le aree sorgenti sismiche e, con buona approssimazione, quale è la periodicità con la quale i terremoti tendono a riproporsi in quelle aree. "Quelle aree" sono, praticamente, lintero Appennino il quale, in aggiunta, è anche idrogeologicamente dissestato. Secondo lIstituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), «non cè zona dItalia che si possa considerare esente da rischio sismico. Degli 8.101 comuni italiani, 542 sono esposti al livello massimo di rischio, per 1.810 il rischio è medio, per 2.258 è moderato e per tutti gli altri è considerato minimo» e soprattutto esposte sono le regioni del Mezzogiorno dItalia. I sismologi sono soliti affermare che «non uccide il terremoto, ma la casa che crolla». E la casa crolla perché costruita male o in modo non adeguato a rispondere alle sollecitazioni di una scossa sismica. Poiché i terremoti non si verificano in tutte le aree esposte con le stesse caratteristiche di intensità, è di fondamentale importanza la classificazione delle aree perché a essa possano adeguarsi le norme per le costruzioni antisismiche. Ciò non solo per la costruzione di edifici e infrastrutture in grado di resistere ai terremoti, ma anche per intervenire sulledilizia più antica, sui beni architettonici e monumentali, sui centri storici, contrastare, di conseguenza, labusivismo edilizio e operare un riassetto del territorio che tenga conto del rischio sismico. Tenerne conto significa operare, cioè pianificare le opere e costruirle in modo da realizzare lunica pratica possibile e conveniente in presenza di un rischio sismico. Cioè la prevenzione dei possibili danni derivanti da una scossa di terremoto. È in questo modo, solo in questo modo, che si può realizzare la convivenza col rischio. Non è importante, nemmeno utile, prevedere quando e dove si verificherà un terremoto. Mentre è di fondamentale importanza garantire ai cittadini la consapevolezza e la sicurezza di vivere in costruzioni capaci di sopportare la scossa. Perché la convivenza è garantita solo dalla consapevolezza di vivere in aree nelle quali si sia operato per assicurare al territorio la sicurezza necessaria. Cioè nelle città, paesi e piccoli comuni nei quali gli interventi di ingegneria antisismica siano stati realizzati o si realizzino in modo da dare, appunto, sicurezza e di darla innanzitutto, come più volte ripetuto, a cominciare dagli edifici sensibili. Questo è un compito serio che un governo, qualunque governo di un Paese che si vanta di essere socialmente avanzato, dovrebbe proporsi di realizzare in un progetto di ampio respiro la cui realizzazione richiede investimenti e gente che lavori. Questo sarebbe anche un modo serio di incrementare loccupazione rilanciando ledilizia in alternativa a "piani casa" di sempre più dubbia utilità. Questo, si sta sperimentando dolorosamente in questi giorni, non è avvenuto in Abruzzo. Nel 1980 si scoprì che ancor meno era avvenuto in Irpinia e Basilicata e analoghe scoperte si sono poi fatte in Umbria, nelle Marche, in Molise. La conseguenza è stata la conta delle vittime, allineate in migliaia di bare, e lenorme numero di famiglie rimaste senza casa. Il copione si ripropone ora nelle aree disastrate dellAquilano. Il primo passo consiste nella verifica della stabilità delle abitazioni rimaste in piedi; il secondo nella ricostruzione del patrimonio distrutto. Ebbene cè unaltra possibile opera di prevenzione che si potrebbe proporre per le aree sismiche del Paese, magari cominciando dalla Campania. Ed è la verifica della stabilità degli edifici. Lideale sarebbe una verifica a tappeto, ma se si cominciasse dagli edifici più sensibili e vulnerabili (scuole, ospedali, edifici pubblici, beni culturali) sarebbe già un bel passo in avanti.