I numeri consolidati dell'edizione 2003 del «Mifas» parlano di un'afflusso di tremila visitatori, il 30 dei quali stranieri. Abbottonati invece gli operatori dell'antiquariato sul giro d'affari, ma le voci di corridoio riferivano di molte vendite eccezionali. La massiccia presenza di pubblico conferma però un fenomeno che non è leggibile solo in chiave di puro diletto, bensì di investimento e bene rifugio, soprattutto in Italia. Per l'investimento in opere d'arte la nostra normativa è infatti - almeno sulla carta - una delle più favorevoli e invoglianti: qualunque sia il guadagno ottenuto dalla compravendita di un'opera d'arte. Lo Stato italiano non applica alcuna tassazione. Se per esempio si acquista un oggetto a mille euro, con regolare fattura o ricevuta, e in seguito lo si rivende a centomila euro, nulla è dovuto al fisco. Parimenti, il possesso di opere d'arte, a differenza di quello di beni immobiliari, non comporta il pagamento di nessuna imposta, né alcuna denuncia nella dichiarazione dei redditi. Un immobile invece, oltre a comportare gli inevitabili costi di manutenzione, comporta il pagamento dell'Ici e, se abitato, di altre gabelle come la tassa sui rifiuti. Inoltre i professionisti possono dedurre PI come spese di rappresentanza; una società o un'impresa ha la possibilità di scalare per intéro i costi delle opere acquistate con un risparmio fiscale teorico del 35 in 5 anni, purché esse vengano esposte nei locali di rappresentanza. L'effettiva applicabilità di questa norma è però controversa e dibattuta fra gli esperti di consulenza fiscale.