La storia L'area è interessata alla realizzazione di una banchina Una nave misteriosa sui fondali del porto C'è già il bando dell'Authority per i lavori di colmata, solo la Soprintendenza può fermarlo e salvare il reperto Una colata di cemento sommergerà per sempre il misterioso relitto di Fiume Grande, a meno che la Soprintendenza ai Beni archeologici di Taranto non decida di trovare una soluzione. Sono passati 10 anni da quando proprio il nucleo di Taranto dello Stas (il Servizio tecnico di archeologia subacquea del ministero dei Beni culturali), e i sub della Guardia di Finanza effettuarono la seconda ed ultima di due immersioni sul sito, che si trova allo sbocco del canale di Fiume Grande nel porto industriale, tra il molo carbonifero di Costa Morena e il molo gasiere dell'Enichem. Lo scopritore si era finalmente deciso a segnalarlo: lui, Mario Muoio, all'epoca aveva 49 anni (ora non è più tra noi), e un passato burrascoso con una condanna a 7 anni per detenzione di esplosivi, che lo videro anche compagno di cella di Adriano Sofri. In un tardo pomeriggio di fine estate, nel 1991, una bomba di Muoio fece strage di mormore su quei fondali. Ma quando il sub cominciò a raccogliere il pesce ucciso o stordito dall'esplosione, si rese conto della presenza della chiglia e delle ordinate di un vascello di 30-40 metri appena affioranti dai sedimenti fangosi. Il relitto di Fiume Grande è stato sicuramente saccheggiato a lungo dei reperti che si potevano prelevare dagli strati superficiali del fondale, sino a quando Muoio decise di cambiare vita e di associarsi ad un circolo di subacquei brindisini che lo convinsero a segnalare la presenza dell'imbarcazione misteriosa. Il 7 dicembre 1998 il responsabile provinciale della Fipsas-Coni, la federazione cui il circolo «Rubini » era associato, scrisse alla Soprintendenza di Taranto e al direttore dello Stas a Roma, quel Claudio Moccheggiani Carpano che aveva già svolto la campagna per il recupero dei «Bronzi di Brindisi». Il 12 marzo del 1999 i sub della Finanza, dello Stas e del «Rubini », tra i quali Muoio e il presidente Michele Petracca, si immersero per la seconda volta in pochi giorni sul punto segnalato dall'ex tombarolo. Furono prelevati alcuni reperti, poi sulla antica nave sono ripiombati il buio e forse anche le mani di altri razziatori. L'unica traccia - a parte quelle archiviate dallo Stas di Taranto - è il piccolo e malconcio calco in gesso di uno stemma in rilievo, presente su piatto d'argento trafugato non si sa da chi tra il 1991 e il 1998. Un profano della materia può osservare una corona gigliata tipica dei reali di Francia, ma anche utilizzata negli emblemi di vari ordini ecclesiastici, sormontante uno scudo circolare con una luna nascente e un astro, che non sembra quello a cinque punte simboleggiante i «Cinque Pilastri dell'Islam». E' piuttosto una stella a sei punte, molto più simile ai simboli esoterici dei Templari, dove l'astro però ha otto cuspidi che richiamano la stella polare e l'ottagono, ma è sempre accompagnato dalla mezzaluna (entrambi in antichità legati al culto di Ishtar, Iside), che l'ordine cavalleresco associava però al culto della Madonna bruna. «Ma io penso che si possa collegare il relitto in via ipotetica anche ai traffici per le Crociate che hanno interessato Brindisi, forse ad una delle ultime come quella di Luigi IX, San Luigi », osserva Michele Petracca. Tutto rimarrà però senza risposta se si farà una colmata, per la quale l'Autorità portuale a fine febbraio ha indetto il bando di progettazione (per 1,8 milioni di euro). «C'è ancora tempo, se la Soprintendenza deciderà di tornare con una sorbona e portare alla luce il relitto - prosegue Petracca - che si trova tra i 5 e i 15 metri di profondità. Brindisi ha diritto a conservare le tracce del proprio passato». I simboli