Viaggio nel caveau per salvare i dati informatici. Sotto le macerie anni di fascicoli e sentenze LAQUILA - Il corpo del reato è davanti ai loro occhi e sopra la loro testa. È grande e grosso, affaccia su tre strade, ha tre ingressi, tre parcheggi e tre palazzi. Questa volta la «prova», i procuratori ce lhanno a un palmo dal naso. È a casa loro. Dove è terremotata anche la giustizia. Si sentivano sicuri lì dentro, in quegli edifici bassi e massicci, allapparenza solidi, indistruttibili. Si sentivano al riparo più degli altri. «Le tante scosse dei mesi precedenti facevano paura a tutti ma allinterno le avvertivamo appena, vedevamo gli insegnanti della scuola accanto che portavano fuori i bambini di corsa mentre noi continuavamo a lavorare tranquillamente», ricorda Armando, lufficiale giudiziario che nel giorno di Pasquetta è tornato davanti al suo Tribunale. È sempre transennato, deserto, abbandonato dai suoi quattrocento inquilini che una settimana fa hanno trovato sbarrato ogni accesso. Chiuso per terremoto. Si è salvata solo unala, la più nuova, quella completata nel 2006 per far posto alla corte dappello. Dallaltra parte ci sono scale sganciate, pilastri piegati, macerie che coprono fascicoli, rapporti di polizia, dispositivi di sentenze. È tutto sotto. Il racconto è di Quirino Cervellini, dirigente dellufficio Patrimonio del Comune - proprietario del Tribunale - che sabato mattina si è avventurato nel dedalo di corridoi fino al caveau dove ha trovato e salvato i dati informatici più segreti. Sono stati i vigili del fuoco venuti da Brescia, a scortarlo passo dopo passo. Cervellini: «I tetti si sono staccati dalle colonne, le pareti sono sfondate, il cemento in molte parti si è sbriciolato». I danni più rivelanti li hanno riscontrati nel primo fabbricato e nel secondo, uno costruito a metà degli anni ?60 e laltro a metà degli anni ?80. Cè tanto di cadente e malfermo dietro quella sembianza esterna di resistenza. Fuori un bunker, dentro cartapesta. Il procuratore capo Alfredo Rossini non nasconde la sua rabbia: «Indagheremo a fondo anche sul nostro Palazzo. Se la scossa avvenuta poche ore dopo, e non nel corso della notte, ora sotto quelle macerie ci saremmo anche io e i miei colleghi». Indagheranno sul cemento, sulla sabbia, sugli impasti. Tutto quello che profuma di edilizia di venti, trentanni fa qui allAquila fa venire i brividi. Una volta su questi terreni in discesa verso i binari della stazione cera una caserma di fanteria. Decisero di farci il nuovo Tribunale che fino ad allora era su, dentro le mura antiche, nel palazzo Margherita dove poi andò anche il Comune. Fanfare, tutti i notabili dietro il nastro, una cerimonia pomposa come usava allora: era la primavera del ?63. Nelle ultime settimane del suo quarto governo - quello famoso che per la prima volta aveva lappoggio esterno dei socialisti - il presidente del Consiglio Amintore Fanfani pose la prima pietra. Cinque anni dopo, tutta Italia conosceva il Tribunale dellAquila: lì si stava celebrando per legittima suspicione il processo per il crollo della diga del Vajont, quasi duemila morti, un pezzo di montagna nel lago artificiale e londa che spazzò via il paese di Longarone. Una tragedia al principio e una tragedia alla fine. Il primo e più vecchio edificio ha il portone su via XX Settembre, al civico 66. Tre piani, la filiale della cassa di risparmio, le aule di udienza, le scalinate a zig zag che portano nellaltro palazzo, una «prolunga» per sistemare aule e uffici quando arrivarono gli anni del terrorismo. È lungo questi cunicoli che attraversano i due edifici che cè stato il disastro. Di fronte scavavano ancora fino a una settimana fa. Una gru, le ruspe, le baracche del cantiere. «Lavori di straordinaria manutenzione e ampliamento del Palazzo di Giustizia dellAquila», è scritto sul cartello allesterno. Inizio 3 aprile 2006, scadenza 30 luglio 2009, importo un milione e 973 mila euro per ricavare sotterranee e garage. Il consiglio dellordine degli avvocati ha riaperto su un camper. I funzionari del Tribunale sono quasi tutti sfollati, dispersi negli alberghi e nei residence sul mare dAbruzzo. I magistrati sono in contatto con lunità di crisi messa in piedi dal ministro della Giustizia Angelino Alfano. Da una settimana si sono accampati in due uffici del Tribunale dei Minori per gli «atti urgenti». Arresti, processi per direttissima, scarcerazioni. La giustizia terremotata si è rimessa in moto velocemente. «E il ministro ha assicurato tutti che niente e nulla sarà spostato dalla città dellAquila», annuncia Luigi Birritteri, il magistrato a capo del Dipartimento dellorganizzazione e delle risorse del ministero, il reparto che ha la responsabilità del funzionamento di tutti gli uffici giudiziari italiani. Birritteri aspetta da un giorno allaltro il primo «rapporto» sui danni, intanto però ha già trovato dove si sposteranno magistrati e cancellieri nelle prossime settimane. È in una contrada, località Bazzano. Dentro lex comando della Guardia di Finanza. La giustizia terremotata dellAquila è in ansia non solo per le scosse che continuano a fa tremare la terra. Ha paura di perdere pezzi. Di lasciare a Pescara o ad Avezzano corte di appello e procura generale. Cè una vecchia e fortissima rivalità amministrativa fra le province abruzzesi, con il terremoto qualcuno vorrebbe approfittarne. Sui distretti nessuno toccherà nulla. Sul cemento cè da sfondare dappertutto, radere al suolo piloni, demolire scalinate. Ritornare a posare unaltra prima pietra.