"Non di sole pietre si occupò ma di decorazione, di interni di arredi, condizionando così il gusto di un secolo" Il genio di Luigi Vanvitelli gioiva allidea di essere in cima ai pensieri del suo capo, re Carlo prima e poi Ferdinando IV di Borbone. E siccome era moderatamente lagnoso, lapprezzamento dei regnanti lo consolava abbastanza, ma non completamente da fargli ignorare con superiorità le critiche e le dicerie malevole sparse in giro dal suo concorrente, Ferdinando Fuga. Cinquantanni di carriera da oscar dellarchitettura non gli bastarono per superare con saggezza vezzi e vittimismi da star. Perciò nellampio epistolario che dipinge la sua biografia, Vanvitelli teme di non potersi esprimere a pieno per colpa del terribile Tanucci, che di fronte ai suoi sogni di pietra continuava a stringere i cordoni della borsa. Vanvitelli, ancora. Larchitetto come un Re Sole dal quale si dipartono le competenze che ne fanno lautore di una macchina perfetta: la Reggia di Caserta. Vanvitelli come un astro che mette daccordo tre soprintendenti, anzi quattro - Guglielmo, che ospita la mostra "in casa", Spinosa che la cura, Guzzo che ha concesso importanti prestiti, e Gizzi, che firma un testo in catalogo sul Vanvitelli restauratore - instaurando una preziosa sinergia anche con luniversità. Si arricchisce la storia della Reggia - già spesso trattata in molti testi, come con la prima volta in mostra dei rami delle tavole di progetto del palazzo uscite dai depositi del Museo Archeologico di Napoli, ma anche la biografia dellarchitetto: non erano mai stati esposti prima i suoi certificati di nascita, provenienti da una chiesa scomparsa in largo di Palazzo, e di morte, contenuti in due volumi rilegati in pergamena. Il secondo racconta che il 1 marzo 1773 muore Luigi Vanvitelli, a cui viene data degna sepoltura nella chiesa di San Francesco di Paola, oggi al confine tra Caserta e Casagiove. La mostra presenta un Vanvitelli archistar: non di sole pietre si occupò, ma di decorazione, di interni, di arredi, condizionando, come spiega il curatore Spinosa, il gusto di un secolo. «Fermarsi a guardare» è il motto del curatore, che già in altre occasioni di sue mostre ci ha insegnato a dare tregua allo sguardo, di solito in corsa lungo infilate di sale fra i tesori dei palazzi. E perciò sfila il settecento napoletano sotto gli occhi dei visitatori abituati alle atmosfere più cupe del seicento ma di cui è più comune avere esperienza a Napoli. Secolo che col tempo e il contributo di vari studiosi - le intense e illuminanti lezioni dello stesso Spinosa, ma per Vanvitelli fondamentali sono state le pubblicazioni di Cesare de Seta - ha acquistato sempre più consistenza. Solimena, Paolo de Matteis, Giacomo del Po, Domenico Antonio Vaccaro, De Mura, Nicola Maria Rossi, con uno stuolo di ritrattisti venuti da fuori, il napoletano Giuseppe Bonito, e una parata di magnificenze che oggi sarebbero state definite di design, tra cui gli arazzi della fabbrica di San Carlo alle Mortelle e la porcellana di Capodimonte. Dalla collina della reggia napoletana di Carlo si ricongiungono a Caserta i bozzetti preparatori di Bardellino e Bonito, dal Quirinale tornano gli arazzi di Duranti progettati da Vanvitelli per lappartamento privato di Carlo III (ne furono realizzati 32, un numero impressionante, misuravano quasi quattro metri per tre). Dalla galleria dei ritratti degli Uffizi arriva lautoritratto di Bonito. Non mancano le eruzioni flamboyant di Volaire, i dipinti di Batoni, di Conca, le sculture di Sanmartino - che sono unaltra rarità di questa mostra dallideale sottotitolo "Il settecento a Caserta". "Alla corte di Vanvitelli" sarà aperta fino al 6 luglio. Catalogo Electa, a cura di Nicola Spinosa. Orari 8.30-19.30 (chiuso martedì e lunedì in Albis). Ingresso 8 euro.