LAquila, nel terreno la spaccatura di un precedente terremoto Il quartiere più grande è quello di Pettino, ci abitano in venticinquemila. Hanno cominciato a fare case negli Anni 70, e fino al terremoto scavavano ancora fondamenta. Realizzato a partire dagli anni 70, nonostante le relazioni tecniche contrarie. Ci abitavano 25mila persone, ora tutti i palazzi sono lesionati fino al terremoto alzavano muri, vendevano palazzi. È solo da questa parte che si è allargata la città. Dove tutti ballano su una faglia attiva, una frattura nella terra profonda dieci chilometri. Lultima volta che si è «caricata» è stato tre secoli fa. Rase al suolo lAquila. E qui, proprio qui, che buttano cemento e cemento e ancora cemento. Qui, intorno alla faglia che si muove, che si sposta, che si apre e si chiude pensano solo e sempre a costruire. In questo Abruzzo che piange i suoi morti, in questi paesini e borghi dove da sei giorni e sei notti raccolgono cadaveri e portano via dalle macerie resti umani, cè qualcosa di inspiegabile e insieme di spaventoso. «La scelta più imbecille che potevano fare era quella di progettare edifici là sopra, il sisma di una settimana fa è il gemello di quello del 1703», dice il geologo Antonio Moretti, docente della facoltà di Scienze Ambientali dellUniversità dellAquila. Inspiegabile e spaventoso. Ci siamo andati a Pettino ieri mattina, ci siamo andati verso mezzogiorno e sembrava uno scherzo quella nuova città che precipitava da una collina e si aggrappava allaltra, silenziosa e sinistra come un villaggio abbandonato, con le sue centinaia di case tutte allineate e quasi tutte lesionate, eleganti nel loro ordine ma sventrate dalla botta di una domenica fa, tutte deserte. Non ci vive più nessuno a Pettino. Quei 25mila uomini e donne e bambini sono andati via, fuggiti. A volte però tornano. A prendere un materasso. A recuperare gli ori lasciati laltra notte. A vedere per lultima volta la loro casa che forse non sarà più la loro casa. È davanti a noi «il più grande quartiere» dellAquila, la nuova città nata dal piano regolatore generale del 1975 e consegnata agli abruzzesi che avevano fame di appartamenti nuovi, trilocali, il terrazzo, il giardino. Edilizia popolare, cooperative, poi anche palazzine più signorili. I terreni erano di pochi, i soliti. Gli Scassa, i Vittorini, i Berti-De Marinis che in famiglia avevano in quegli anni anche un assessore comunale allUrbanistica. I geologi avvertirono del pericolo, lavevano scritto nelle loro relazioni tecniche. Ma gli amministratori decisero comunque che erano a Pettino le «aree edificabili». Se ne sono fregati della faglia attiva e dellantico terremoto. «Era una zona dalla quale tenersi ben lontani ma gli appetiti speculativi erano tanti e, contro ogni logica e ogni cautela, lo sono ancora», accusa Antonio Perrotti, lex direttore generale dellAssessorato Ambiente e Territorio della Regione. Qualcuno è daccordo e qualcun altro no. «Nonostante quella faglia attiva, contrada Pettino era lunico posto dove si poteva allargare la nostra città perché dallaltra parte ci sono solo montagne», spiega Pietro Di Stefano, funzionario del provveditorato delle Opere Pubbliche dellAbruzzo. È unaltra città. Con strade che scendono e salgono. Via Alessandro Manzoni, via Enrico Fermi, via Alfredo La Marmora, via Antica Arischia, via Francia, strade tutte uguali, blocchi di palazzi tutti uguali, numerati e con gli stessi colori e gli stessi mattoncini. Un blocco e la firma di un costruttore, di unimpresa, di un ingegnere. «Una casa di 120 metri quadri costa oggi circa 300 mila euro», racconta Giancarlo Chiamaparelli, mentre trasporta coperte e pentole dal suo appartamento al secondo piano del condominio Solaria numero 6 fino allautomobile già carica di sacchi, valigie, suppellettili. «Dentro è tutto sfasciato, prendo quello che posso prendere e me ne vado sul mare», dice. Cè ancora qualche «vendesi» attaccato ai balconi crepati, ai pilastri senza più intonaco. «Io non lo sapevo che qua sotto passava la faglia», risponde Luca Brunale. Ha comprato casa un anno fa e adesso la guarda rassegnato: «Sono iscritto a Ingegneria, se non ho studiato male ci sono pilastri portanti che si sono spostati in questo palazzo dove abito». Luca non può nemmeno entrare nel suo appartamento. Come Marco Rapagnani. Racconta Marcella, sua moglie: «Due lunedì fa, sei giorni prima della grande scossa, ce nera stata unaltra. Abbiamo visto una crepa nella parete e così abbiamo chiamato il padrone di casa che è anche amico del costruttore». Il costruttore è andato a Pettino per un sopralluogo. Ricorda lei: «Non è nulla, non è nulla, ci ha assicurato. questa è una costruzione antisismica». Il costruttore è Filiberto Cicchetti, il presidente degli imprenditori edili della provincia dellAquila, quello che ieri laltro ci aveva preannunciato: «Vedrete, fra due settimane, quando sarà passata la grande paura, dopo i sopralluoghi si accerterà che il novanta per cento delle costruzioni fuori dalle mura sono tutte agibili». Agibili e spaccate in due, oblique o piegate, senza pareti o con le scale pericolanti. E tutte comunque appoggiate su quella faglia attiva che - lo insegna la storia dei terremoti - prima o poi come dicono i geologi «caricherà» unaltra volta. «Su una faglia non si costruisce mai, nemmeno su una faglia che non è attiva perché le faglie canalizzano le onde sismiche, in zone come quella dovrebbe essere solo proibito», spiega ancora il geologo Moretti. Ma a Pettino probabilmente costruiranno, costruiranno ancora. Seppelliti i suoi primi duecento morti, qualcuno allAquila comincia già a dimenticare.
LAQUILA - Un quartiere sullorlo del baratro "Lì sotto cè una faglia sismica"
Il quartiere di Pettino a L'Aquila, il più grande della città, è stato costruito su una faglia attiva e nonostante le avvertimenti dei geologi, gli edifici sono stati costruiti senza le dovute precauzioni. Il terremoto del 2009 ha causato danni gravi alle case e molti abitanti sono stati costretti a lasciare le loro case. I costruttori e gli amministratori locali hanno ignorato le avvertenze e hanno continuato a costruire, anche se la faglia attiva è nota e il terremoto del 1703 ha già causato danni gravi alla zona. Oggi, il quartiere è deserto e molti abitanti sono costretti a vivere in condizioni precarie.
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