Mi chiedono tutti: la Biennale di Venezia è tornata nella bufera? Spero proprio di no. La Biennale ha un nuovo presidente, di cui ci fidiamo; ha un consiglio d'amministrazione, massimo organo di governo, che non ha nessuna intenzione di farsi metter sotto. E Marco Mueller? La sua nomina, vedrete, uscirà confermata. Magari con qualche garanzia formale in più. Ma ahimè, nella bufera la Biennale c'è già da sette mesi, e sarebbe più che ora che ritornasse la bonaccia. In fondo, tutto sommato, è l'unica grande istituzione culturale di livello internazionale che sia rimasta all'Italia, dopo lo sfacelo che ha umiliato negli ultimi dieci anni la nostra vita culturale. Se anche la Biennale muore, non avremo più nemmeno un punto d'incontro tra l'Italia delle arti, del cinema, della musica, della danza, del teatro e dell'architettura con il resto delle nazioni civili. Ho detto l'altro giorno all'amica Natalia Aspesi che mi intervistava, che a mio parere l'unico modo per salvare la Biennale è di separarne una volta per tutte il destino dal ministero dei Beni culturali. E lo ripeto anche qui, dolente di dover dare un dispiacere al ministro Urbani, che tanti altri meriti ha. Quel ministero porta gramo. Da quando (poco tempo) esiste, e tre ministri si sono avvicendati al suo vertice - Veltroni, Melandri, Urbani - la sua influenza sulla Biennale è stata a dir poco nefasta. Non era del resto imprevedibile. Questo ministero è un ircocervo, un mostro costruito a tavolino mettendo insieme - con il pretesto (lodevole, in astratto) di risparmiare accorpandone almeno quattro ministeri precedenti - con migliaia di dipendenti, centinaia di uscieri e valletti, varie decine di direttori generali e non; e con competenze così diverse come le conferenze sull'Aids e la tutela del paesaggio italiano, senza dimenticare le sovvenzioni al cinema e agli enti lirici, insieme con la stesura di scrupolosi regolamenti sulle funzioni e le autorità dei guardalinee sui campi di calcio. Ci vuol poco a capire che in queste condizioni l'attenzione data alla Biennale di Venezia non può superare una certa soglia: e infatti la Biennale, nei libri mastri del ministero, è solo uno dei tanti festival a cui si concedono favori, spesso unicamente nella speranza di far contento un politico locale. la Biennale deve vivere esclusivamente sui fondi statali. La Mostra del cinema ha solo un terzo dei soldi che Cannes riceve da Parigi. La Biennale arti visive ha solo un quarto dei soldi che lo Stato tedesco dedica a Kassell (e Kassell non è Venezia, ma solo un anonimo incrocio di linee ferroviarie e di autostrade) e un decimo di quelli che la Gran Bretagna assegna alla Tate Modern, non per niente il più bello, il più nuovo e il più avanzato museo di arte contemporanea del mondo, capace di attirare in un anno due milioni di visitatori. E tuttavia, pur con i mezzi stentati che si ritrova, la Biennale continua a vivere e ad avere successo. I vari tentativi fatti, da Veltroni in giù, di modificarne lo statuto nella speranza che questa fosse la bacchetta magica, sono stati controproducenti. Veltroni e la Melandri ridussero i Consigli d'amministrazione da 18 (dico 18) componenti a soli cinque; e fecero bene. Ma poi si impantanarono in una «privatizzazione» del solito tipo centrosinistra (cioè finta), che ha reso la Biennale non funzionante. Anche Urbani ha pensato che bastasse un nuovo Statuto per fare della Biennale una Fondazione, e guarirla così da tutti i mali. Non solo però gli auspicati soci privati continuano a latitare, ma è stata necessaria una furibonda battaglia per evitare almeno che l'Istituzione veneziana smarrisse la propria secolare indipendenza e trasparenza, e diventasse un qualsiasi sottoprodotto della burocrazia, vampirizzata da altri simili sottoprodotti che già vanno male per conto loro. Almeno quella battaglia è stata vinta? Per il 50 per cento sì. E l'altro 50 per cento? Giudicate voi. Siamo arrivati al punto che la neonata Fondazione Biennale di Venezia non ha più neanche una sede propria. Il peggio è tuttavia che da quel 50 per cento irrisolto, e buio come la pancia della Balena di Pinocchio, capita che fuoriescano altri nuovi ircocervi. E il caso del «caso Mueller» di cui parlano oggi le cronache. Cos'è questo «caso Mueller»? Marco Mueller è il designato a fare per i prossimi quattro anni da direttore della Mostra del cinema di Venezia. È, dicono, un abile «fabbricante» di festival. Ha diretto (non sempre in verità con successo) i festival di Rotterdam e di Locarno. Quest'ultima località, Locarno, possiede una piazza Grande capace, quando viene trasformata in cinema, d'estate, di ospitare ottomila spettatori. Una manna per un abile direttore di festival, come sa l'attuale, la brava Irene Bignardi. (Soprattutto se si tien conto che Venezia dispone soltanto di una sala da milleduecento posti; e se ne vuole una seconda, un po' più piccola, deve affittare una struttura gonfiabile, al prezzo di un miliardo per dodici giorni. Un miliardo.) Il fatto è che sotto la direzione di Mueller gli ottomila di piazza Grande a Locarno si trasformarono a poco a poco in ottomila scatenati portatori di kefiah e di pugno chiuso, un raduno ante litteram di no global che, quando a iniziare le proiezioni appariva sullo schermo il logo della Union de Banques Suisses, Ubs, unico e generoso sponsor privato della Mostra, gli ottomila si alzavano in piedi come un sol uomo gridando: «A morte, porci borghesi capitalisti!». E anche di peggio. Col risultato di procurare un infarto dopo l'altro al povero banchiere Rezzonico, gran borghese e gran protettore da sempre della Mostra di Locarno. Finché tutti quegli infarti non portarono alla tomba il povero Rezzonico, e i bravi borghesi locarnesi si affrettarono a dare il benservito a Marco Mueller. Il quale, per inaugurare il suo nuovo periodo veneziano, non ha pensato di meglio che spedire un telegramma di solidarietà al supercriminale Cesare Battisti. Voi direte: ma come mai con un governo e un ministro di Forza Italia si è arrivati a pensare di dare la Mostra di Venezia in mano a costui? Be', è questo il mistero. Resta il fatto che quando si è arrivati a decidere a chi affidarla, il consiglio di amministrazione si è trovato di fronte a una scelta data per obbligata. Obbligata da chi? Mah. Scegliere o Giancarlo Giannini, attore e doppiatore rinomato, ma certo esente da esperienze di direttore di festival internazionali; oppure il «fabbricante di festival» no global Marco Mueller, che conosce e parla (pare) nove lingue. Il nuovo presidente della Biennale, il banchiere Davide Croff ha pensato di far del suo meglio proponendo Mueller al consiglio. Il consiglio non ha fatto la faccia felice. Il vostro umile cronista, che di quel consiglio fa parte, ha proposto il suo buon amico Gabriel Garcia Marquez, premio Nobel, laureato alla Scuola di cinematografia di Cinecittà e fondatore in mezzo mondo di altre Scuole di cinema di brillante successo. Ritenendo (forse non del tutto a torto) che fosse sempre meglio un compagno di bevute di Fidel Castro che un simpatizzante di Cesare Battisti. Il peggio è che a quel punto si è saputo anche che più che di un «fabbricante di festival» si trattava di un (se così si può dire) «fabbricante di film per festival». E passi se a finanziare i suoi film fossero magnanimi industriali come i Benetton, ma il guaio è quando lo sono società che vivono con i soldi dei contribuenti come Rai Cinema e l'Istituto Luce. Per di più Rai Cinema e la Medusa sono le forche caudine sotto cui deve passare chiunque in Italia voglia produrre dei film (e dunque anche chi voglia mettersi in concorso a Venezia). Solo queste due società hanno i soldi. A proposito di Rai Cinema, il Giornale ha riportato l'altro giorno le dichiarazioni del suo amministratore delegato, Giancarlo Leone. Il quale ha avuto il toupé di sostenere che «la polemica (su Marco Mueller direttore a Venezia, ndr) è pretestuosa, nasce, per motivi anche personali, da un signore che l'anno scorso chiese pubblicamente le mie dimissioni, il quanto mi sarei macchiato dell'infamia di produrre Buongiorno notte di Bellocchio». Quel signore? Sono io. Motivi personali? Sentite qua. I lettori del Giornale ricordano che io ho più volte, anche di recente, accusato quel film di Bellocchio di essere una falsificazione della tragedia Moro. Un vile falso realizzato appunto con i soldi pubblici. E mandai a dire al pubblico amministratore Giancarlo Leone che se ne dovrebbe vergognare. Figuratevi che si arriva in quel film a un tale grado di falsificazione, da presentare all'ignaro spettatore un sedicente biglietto di pugno di Andreotti a Paolo VI, incitando il Papa a muoversi in soccorso di Moro prigioniero delle Br. Un falso anche quel biglietto: «Non l'ho mai scritto» ha dichiarato a Porta a porta lo stesso Andreotti, «e la mia calligrafia è stata contraffatta da un disinvolto quanto anonimo calligrafo. Io li denuncerò». Nella brutta falsificazione cinematografica di Bellocchio, prodotta da Rai Cinema, Moro cammina vivo per le strade di Roma. La skorpion di Morucci non l'avrebbe (come avvenne in realtà) ucciso. Quel Morucci che le indagini di un giudice francese hanno dimostrato essere un affiliato dello Sciacallo, cioè Carlos, patron per conto del Kgb del terrorismo internazionale; Morucci, affiliato dunque di secondo grado del Kgb che dopo il delitto Moro si rifugiò (che coincidenza!) in casa della figlia di quel Conforto, che le carte Mitrokhin hanno dimostrato essere stato la maggiore spia del Kgb in Italia, fin dai tempi del fascismo. Moro vivo sarebbe dunque solo un sogno del regista e del produttore? Mah. Che il vostro umile cronista, oggi, di fronte al no global «caso Mueller», abbia fatto su tutte queste strane «coincidenze» un pensierino, è poi quell'«enigma Riva» di cui parlano quei bei tomi dell' Unità'? Dite voi.