Quando crolla lo Stato: Paolo Macry non me ne vorrà se prendo in prestito il titolo di un libro da lui curato qualche anno fa per parlare di quello che è accaduto all'Aquila e nei paesi devastati dal terremoto. Perché nella tragedia che si è consumata poco prima dell'alba del 6 aprile non c'è soltanto la somma incommensurabile di lutti privati; né, come si racconta diffusamente sui giornali di questi giorni, l'Italia generosa e solidale. È la stessa Italia all'opera a Gemona nel 1976, a Calabritto e nei paesi dell'Irpinia nel 1980; che vediamo ogni volta che il nostro paese affronta quelle che di norma si chiamano catastrofi naturali. Non è propriamente qui il segno che fa di questo evento una vera e propria ricapitolazione dello stato delle istituzioni pubbliche del nostro paese nel primo decennio del nuovo secolo. C'è qualcosa di politicamente disonesto e reticente nel modo con il quale ci viene raccontato il disastro abruzzese sulla stampa e in televisione. In Abruzzo, all'Aquila e nei paesi dell'epicentro non sono crollati solo le case di un'Italia rurale, vecchie costruzioni in pietra o gli edifici urbani che storicamente le facevano da contraltare. All'Aquila si sono accartocciate la prefettura, la questura, l'ospedale cittadino, la casa dello studente. Sono venuti giù palazzi moderni, condomini costruiti negli anni Sessanta. Si sono viste travi di cemento spezzate in cima a cumuli di rovine. All'Aquila e in Abruzzo è crollato lo Stato sia nelle architetture che lo rappresentano nelle città e nelle province, sia nella sua funzione di supremo organo di controllo in nome dell'interesse pubblico. Eventi come quello di lunedì scorso non sono solo la natura che comanda sulle opere degli uomini. Sono storia. All'Aquila sono crollati edifici costruiti negli anni della grande trasformazione italiana, tra la fine del 1950 e i primi del 1960. È l'architettura di un paese che si faceva di lì in avanti disordinatamente moderno. Non solo al di fuori di quadri istituzionali saldi ma sulla base di una declinazione clientelare della democrazia. Negli ultimi quarant'anni governare ha significato in Italia negoziare con gruppi e interessi corporati che di volta in volta hanno assicurato il loro consenso in cambio di favori, prebende, pezzi di Stato sociale. Ne è derivata quell'industria dell'assistenza pubblica che nel nostro paese ha significato prestazioni assistenziali di scarsa qualità e molte occasioni di corruzione. I suoi esiti sono un'immensa dilapidazione di risorse pubbliche, il saccheggio del paesaggio italiano, la mancanza di controlli, che significa favori distribuiti a destra e a sinistra. Nel Mezzogiorno più che nel resto del paese. C'è un filo rosso che collega il modo tutto politico con cui in Italia si sono distribuite pensioni di invalidità e licenze edilizie. Non è certo un caso che il nostro enorme debito pubblico e gli edifici crollati all'Aquila riportino agli stessi anni. Fare i conti con questo disastro significa fare i conti con un pezzo consistente della storia dell'Italia repubblicana.