Il censimento Il primo atto dovrà essere quello della ricognizione dei danni al patrimonio artistico Le ipotesi Si può ricostruire copiando l'originale o integrare vecchio e nuovo o lasciare le macerie Esperti divisi. I casi di Venzone e Pavia I l primo problema è quello di quantificare le opere distrutte o danneggiate dal terremoto di lunedì. L'architetto Augusto Ciciotti del Dipartimento dei beni culturali parla addirittura di lesioni «al 100 del patrimonio artistico dell'Aquila e della zona del cratere» (ma aggiunge «ci vorranno mesi per fare un inventario »). Ma, al di là della quantificazione, e anche considerando l'estrema particolarità del territorio abruzzese (fatto di un patrimonio artistico estremamente diffuso sul territorio), resta il dubbio: ricostruzione o macerie? Insomma, vale il modello del Duomo di Venzone, in Friuli, ricostruito esattamente com'era dopo il terremoto oppure meglio «lasciare il vuoto» come è accaduto dopo il crollo della Torre civica di Pavia (nel 1989)? «La vecchia Cassino dice il professor Carlo Bertelli ha ritrovato la propria memoria, tra rovi e vipere, nel bosco sorto spontaneamente sulle case distrutte. Dresda e Berlino, invece, sono convissute a lungo con rovine 'accomodate' ovvero riparate e conservate come tali. A Gibellina, invece, questa memoria è affidata al manto 'inventato' da un grande artista come Alberto Burri». E precisa: «Questo terremoto non è il primo che scuote l'Abruzzo precisa Bertelli e non c'è edificio storico abruzzese che non abbia subito riparazioni nel corso dei secoli. Ma, a volte, anche i restauri ben intenzionati sono stati più distruttivi dei terremoti stessi, come accadde nel 'ripristino' duecentesco di Santa Maria Collemaggio ». Bertelli, membro del comitato di settore per i beni artistici e storici del Mibac, conclude così con un invito: «Guardiamoci dalla tentazione di prendere le distruzioni del terremoto come un incoraggiamento per restauri che si rivelerebbero poi sconsiderati ». Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali, sottolinea come «necessità primaria » (prima della stessa ricostruzione) quella di «un monitoraggio delle zone a rischio». E denuncia come «critica» la situazione di zone preziosissime nella stessa area archeologica di Roma come il Palatino e le Terme di Caracalla («dove il terremoto ha aggravato le crepe»). Per Carandini la strada essenziale è quella della prevenzione perché anche nel caso di questo terremoto «sarebbero davvero bastati interventi anche poco costosi per salvare opere d'arte ormai gravemente lesionate». Una «messa in sicurezza che purtroppo non è stata finora mai fatta». Intanto sono dieci milioni di euro più i fondi «già a disposizione del Dipartimento per la Protezione civile» le risorse destinate dal ministero per i Beni culturali agli interventi di prima urgenza sul patrimonio artistico- ambientale dell'Abruzzo, un patrimonio che secondo l'Annuario 2009 del turismo e della cultura del Touring Club si colloca al sesto posto tra quelli delle regioni italiane «per numero di musei, circuiti museali, monumenti e aree archeologiche statali ». Gli elenchi dei danni già accertati parlano, a L'Aquila, di Porta Napoli e di «sei chiese maggiori» del capoluogo (la facciata di Collemaggio si è salvata proprio grazie alle impalcature destinate al restauro in corso al momento del sisma). Ma purtroppo si allarga anche al resto della regione: dalla torre medicea Santo Stefano di Sessanio («un piccolo borgo toscano nel cuore dell'Abruzzo» recuperato da un manager svedese e trasformato in «albergo diffuso») al Palazzo municipale di Popoli. Secondo Roberto Cecchi, dirigente per i beni architettonici del ministero, ora ci sono differenti possibilità d'azione («le norme guida esistono già e sono contenute in un documento del 2003 realizzato da un gruppo di lavoro che riuniva Protezione civile e Mibac»). «Si può scegliere ad esempio dice di ricostruire esattamente l'originario come è avvenuto, sempre dopo un terremoto, per il Duomo di Venzone, in Friuli, dove però avevamo una documentazione estremamente precisa». Oppure si può fare come a Noto dove si è lavorato «integrando» vecchio e nuovo. O, ancora, si può agire per «ricuciture », insomma «sanando le ferite » («come accade nella maggior parte di questi casi»). E definisce «antico » il dibattito su «ricostruzione sì, ricostruzione no» («ai tempi della caduta della Torre di Venezia, erano i primi del Novecento, intervenne anche un grande come Ruskin»). C'è comunque una cosa che per Cecchi non deve essere assolutamente fatta e «sono gli interventi di consolidamento degli edifici con calcestruzzo armato, che fanno più danni che altro, basta vedere quello che è successo in questo terremoto». Controcorrente, infine, l'architetto Ferdinando De Simone (a suo tempo coinvolto nelle polemiche sul restauro della Cappella degli Scrovegni a Padova) che ricorda come «il 90 dei nostri musei siano ottocenteschi e quindi a rischio». E che punterebbe su «sale antisismiche sotterranee per tutti i musei italiani». Proprio come aveva proposto, qualche tempo fa, per salvare le fragili caviglie del David di Michelangelo minacciate dalle vibrazioni del traffico fiorentino. E anche questa potrebbe essere una soluzione.