"Restauro corretto". "No, c'è l'intonaco" L'ARCHITETTO Le manomissioni denunciate sono precedenti al nostro intervento iniziato nel2001 Anche Vittorio Sgarbi parte all'attacco inserendo il caso del maniero nel suo libro "Un Paese sfigurato" LA BATTAGLIA che si combatte intorno al castello del Gattopardo, arroccato su un promontorio che si affaccia su un panorama azzurro mozzafiato, vede come armi fotografie e carta bollata, fogli su fogli di relazioni e pareri tecnici discordanti. Da una parte c'è Italia Nostra, che accusa il Comune di un restauro sbagliato, con la rimozione di alcuni elementi architettonici, dall'altra i progettisti del Comune, responsabili dell'intervento, che rimandano al mittente le critiche e dicono: «Nessun danno». Vittorio Sgarbi, intanto, annuncia uno special sullo «scempio di Montechiaro» nella sua nuova edizione del libro "Un paese sfigurato". L'edificio, costruito nel Trecento da Federico III di Chiaramonte, è stato acquistato dal Comune nel 2001, e subito dopo sono stati avviati i lavori di restauro. «Il castello era in uno stato di totale abbandono dice l'architetto Giuseppe Parelio, responsabile per il Comune dell'unità "Conoscenza, tutela e valorizzazione del patrimonio architettonico" anzi è quasi un miracolo che non sia crollato. I lavori realizzati sulla struttura sono essenzialmente di consolidamento. Le fotografie con cui sono stati fatti i confronti sono degli anni Cinquanta e alcuni elementi non erano più esistenti, ancor prima del nostro intervento». Giuseppe Giliberti, vice presidente di Italia Nostra dice: «Le nostre perplessità rimangono sul tipo di modalità scelte per il restauro, anche se certamente siamo contenti che il monumento sia stato salvato dal crollo. Certo, gli interventi sono un po' fantasiosi». Di "mano pesante" parla anche l'architetto Leandro Janni, vice presidente regionale di Italia Nostra e componente dell'Osservatorio regionale per il paesaggio. «Molte decisioni sono discutibili dice Janni come le "catene" che fortificano la struttura in eccessiva abbondanza, i pavimenti in cotto sulle terrazze, gli intonaci. Un restauro empirico più che scientifico». Affacciandosi dalla terrazza più alta della grande struttura il mare si perde a vista d'occhio e il col jre tinge le mura con riflessi bluastri. È facile immaginare qui Giuseppe Tornasi di Lampedusa in cerca di ispirazione per il suo romanzo, intento a respirare un'aria dove si incontrano la brezza del mare e i venti dell'entroterra. Intanto anche lo stemma dei Chiaramonte, con le cinque cime scolpite nella pietra, posto sul portale d'ingresso, è solo un ricordo fotografico. «Ma era già sparito dice Parelio anche questo prima dell'inizio dei lavori». L'allerta per il castello sarebbe dovuto giungere prima, certamente: ma intanto, anche quando il MiBAC ha inviato un sollecito alla Soprintendenza di Agrigento, il 7 novembre 2003, quando e la soprintendente Graziella Fiorentini, nulla si è mosso, nessun controllo è avvenuto. Di «scempio di Montechiaro» parla anche Massimo de Paolis, studioso d'arte medioevale, che non usa mezzi termini e dice: «Inquinamento estetico, degenerazione architettonica. In alcune fi-nestre le cornici in pietrra sono state sostituite da mattoni che conferiscono aspetto di pizzeria». Ribatte l'architetto Parelio: «Ma quale pizzeria, i mattoni in cotto erano già presenti, ci siamo limitati a ricollocare quelli mancanti)-. Altro problema sollevato dagli esperti di Italia Nostra è relativo agli intonaci: compatti, eccessivi, per nulla integrati con l'antico l'edificio. E in effetti queste superfi-ci bianche danno un po' troppo nell'occhio. «Ma ilportale intonacato è stato ricostruito spiega l'ingegner Giuseppe Comparetto della Soprintendenza di Agrigento al momento della realizzazione dei lavori, adesso a PalermoDel resto, abbiamo trovalo un moribondo e applicato una cura adeguata. Era un rudere pieno di nidi di corvi». Con i restauri sono stati recuperati anche i van i sottostanti e interni al castello, oltre alla cappella che custodisce una statua marmorea della Madonna attribuita al Gagini, custodita in un tabernacolo ligneo dipinto e sentitamente venerata dai palmensi. Oggetto di studio saranno anche due cisterne, forse adibite a prigioni e alcune tracce di affreschi, uno dei quali visibili, raffigurante una nave, forse una di quelle che approdava nella baia sottostante per caricare il grano e altre derrate. Intanto per contestare le accuse, la nuova soprintendente di Agrigento Gabriella Costammo, ha redatto in cui attraverso raffronti fotografici difende gli interventi realizzati, che proseguiranno a breve. «Dopo i! consolidamento ci saranno i restauri veri e propri dice Parelio Certo, su alcune decisioni si può riflettere».