Quando tutto crolla ci si aggrappa ai simboli. Alla fede. Qualcosa, qualcuno, ha voluto che i simboli, in un modo o nell'altro, siano rimasti in piedi in questo luogo di macerie che è il centro storico dell'Aquila, gioiello del Rinascimento, borgo di stradine, piazze e fontane ora ridotto a un set cinematografico di città bombardata. Risultato che nessun effetto speciale avrebbe saputo ottenere così incredibilmente vero. Anche il presidente del Consiglio quando ieri pomeriggio ha messo piede nel centro storico è rimasto senza parole. «Molto peggio di quel che immaginavo. Sarà durissima ricostruire un complesso così storico e monumentale» ha detto. Ma l'Aquila è posto di gente fiera, orgogliosa e piena di risorse. «Non ci piace essere assistiti dallo Stato» scrolla la testa Giuseppe Nurzia, titolare dello storico Bar Commercio. Ed. ecco allora che ci si aggrappa ai simboli della città, alle «99 cannelle», fontane e maschere scolpite nel 1272; alla bolla di Celestino V, perdono papale che si rinnova qui ogni 28 agosto, unico perdono consentito e autorizzato al di fuori del Vaticano; alla basilica di Collemaggio che di quel papa conserva le spoglie; o al Castello. Tutti sopravvissuti. E anche questo è un modo per ripartire. La Bolla di Celestino è conservata nella cassaforte di palazzo Margherita, sede del comune. Il Comune non c'è più, abbandonato e evacuato. «Ma la Bolla è al sicuro nella Torre civica del XIV secolo che è in piedi» fa notare Gianiuca, giovane avvoca to aquilano. Ogni anno, il 28 d'agosto, la Bolla va in processione, percorre i due chilometri del Corso, esce dalle Mure medioevali - per lunghi pezzi distrutte - e aniva alla basilica romanica di Collemaggio, la casa del sepolcro di Celestino che è riuscita a salvarsi. Un viaggio che per lungo tempo non sarà pi uguale a se stesso. Lungo il Corso i palazzi storici sono tagliati, pezzi interi rischiano di franare. Sbriciolato il palazzo della Prefettura, che avrebbe dovuto gestire l'emergenza. Piazza del Duomo, il punto pi alto della città, pianta rettangolare circondata da una quinta di chiese e palazzi, è un accampamento di tende militari. Del Duomo inziato nel XIV resta in piedi solo la facciata. Sventrato dall'alto il confinante palazzo vescovile, c'è finito dentro un pezzo di campana. Davanti al Duomo qualcuno ha piazzato una enorme croce di legno, scongiuro contro il terremoto. Sulla sinistra quel che resta delle Anime Sante (1775), per qualcuno pi chiesa del Duomo, la cupola è implosa, si intravedono stucchi dorati. anno ricostruito la Basilica di S. Francesco d'Assisi, questa volta non sarà meno difficile. Ci sono 99 chiese all'Aquila. Pi della metà mostrano il loro corpo nudo, senza pi tetto. Stradine che erano quadri come via Fortebraccio, via di Roio da dove a mezzogiorno sale il suono di una campana agitata non si sa da chi; via Sallustio, via Annunziata dove galleggia un cipresso intero. I palazzi dell'Università, le scuole, le piazze per gli apertivi degli studenti. E distrutto il centro storico dell'Aquila, luogo di fantasmi con solo il ricordo delle voci. a salvato per i suoi simboli. Come la misteriosa fontana delle «99 cannelle». «a guerre» avvisa Cesare Moretti, pensionato. Aggrapparsi ai simboli. Che parlano. E provare a ricominciare anche da qui.