Indicazioni inserite nel decreto del 18 marzo volto a stabilire i parametri degli studi di settore Il Parco nazionale delle Cinque Terre, dichiarato «patrimonio dell'umanità» dall'Unesco, Pisa, Siena, Parma, Ferrara, Caserta, Precida, Matera, Tropea, Orvieto, Spoleto, Todi, Urbino, Arezzo, Cagliari, Alberobello, Bari, Marino, Bergamo, Desenzano, Vicenza, Treviso, Trento, Noto e centinaia di altre celebri località sparse in tutte le regioni d'Italia, secondo il ministro Tremonti «non presentano alcuna specifica caratteristica attrattiva nei confronti dei flussi turistici, non possedendo né particolari beni di interesse storico, culturale, artistico, né elementi di interesse paesaggistico-ambientale, né specifica rilevanza per il turismo d'affari». Lo stabilisce il suo decreto 18 marzo 2004 sulla «Individuazione di nuove aree territoriali omogenee e aggiornamento delle territorialità delle attività turistico-alberghiere», pubblicato sul supplemento n. 54 della G. U. n. 76 del 3132004, per «differenziare le modalità di applicazione degù studi di settore al fine di tenere conto del luogo in cui l'impresa svolge attività economica». Un decreto di cui ancora pochi si sono accorti e che TurismoOggi presenta ai lettori. Si tratta di parametrare l'imposizione fiscale nei confronti delle imprese turistiche che operano nelle diverse località. Fin qui nulla da eccepire sulla competenza del ministro. Ciò che però è quanto meno singolare nel decreto è che esso abbia voluto stabilire dei criteri di «turisticità» delle stesse, intervenendo in una materia non di sua competenza, quale la classificazione del patrimonio storico, artistico e ambientale, cioè sulla materia prima, che forma il patrimonio turistico di una località. Le aree territoriali sono divise, nel decreto, in 14 gruppi diversi, il primo dei quali è costituito da «Aree prive di vocazione eo funzione turistica» e comprende i comuni citati all'inizio. Ad avvalorare questa classificazione il ministro ha usato indicatori Istat riferiti al 1999 (nonostante esistano i dati del 2003!) riguardanti la ricettività alberghiera, complementare in seconde case, con le relative presenze, per le località a vocazione turistica «balneare e non balneare». Per quelle a «vocazione balneare» ha inoltre preso come indicatori le concessioni demaniali per attività balneari del ministero delle finanze relative al 1997. Per le località a «vocazione culturale» ha infine usato i dati del ministero dei beni culturali del 1998 riferiti al numero dei visitatori degli istituti statali d'antichità e d'arte e ai relativi introiti. Si ottengono così dei risultati alquanto curiosi: il «Gruppo 2 - Città d'arte di piccola dimensione» è costituito dalla sola città di Assisi, mentre il «Gruppo 10 - Località con attrattiva esclusivamente archeologica» è costituito dalla sola Pompei. Nel «Gruppo tre Località con struttura ricettiva prevalentemente composta da seconde case», figurano, per esempio, in Sardegna, solo 3 località: Alghero, Olbia e (sorpresa!) Padrul. Nessuna località isolana figura fra quelle del «Gruppo 6 - Località balneari interessate da grandi flussi turistici, con struttura ricettiva prevalentemente composta da seconde case e da esercizi comple-mentari». E pensare che nel 1992, in uno studio pubblicato sul 5 Rapporto sul turismo italiano, si parlava già di 2.900.000 abitazioni utilizzate turisticamente con 12.900.000 posti letto, non rilevati ufficialmente: per l'Istat (che ha rilevato in tutte le strutture ricettive italiane solo 4.476.048) e per Tremonti (a proposito: il catasto che funzione ha?) tutto questo semplicemente non esiste. Come non esiste la legge 1352001 (che infatti Tremonti nel suo decreto non cita neanche come riferimento) che ha previsto la costituzione dei Sistemi turistici locali, definiti come «contesti turistici omogenei o integrati, caratterizzati dall'offerta di beni culturali, ambientali e di attrazioni turistiche, compresi i prodotti tìpici dell'agricoltura e dell'artigianato locali, o dalla presenza diffusa di imprese turistiche singole o associate». È stato ignorato anche il dpcm del 1392002 di recepimento di un accordo tra le regioni nel quale è stata individuata una serie di imprese e di attività turistiche fino ad allora mai considerate come tali. In quanto all'Istat, vale il commento di Roberto Gismondi, un suo dirigente, nel 12 Rapporto sul turismo italiano del 2003, pag. 369: «...si avverte la necessità di proporre analisi o semplici rassegne di dati secondo schemi sempre più armonizzati e completi, andando quindi al di là delle separazioni settoriali, che caratterizzano la maggioranza del-le informazioni rilasciate dalPIstat», il cui vastissimo patrimonio informativo «talvolta resta seminascosto in uno scrigno dal difficile accesso, soprattutto per gli utenti esterni». In tutti i casi rimane il dubbio se il ministro dell'economia possa stabilire per decreto che la Torre di Pisa non ha alcun interesse di carattere storico, culturale, artistico e turistico.