il premier dice sì a obama «Gli Stati Uniti potrebbero pensare al patrimonio artistico o alle chiese». Franceschini lo contesta: «Accetti le offerte di tutti» Roma. Aiuti internazionali? No, grazie. Anzi, sì. Silvio Berlusconi prima ribadisce che il governo può farcela da solo a fronteggiare l'emergenza del terremoto, poi accetta la mano tesa del presidente americano, Barack Obama, che gli ha telefonato. «Se gli Stati Uniti vorranno darci un segno tangibile della loro vicinanza, potranno prendersi la responsabilità della ricostruzione di beni culturali e chiese. Noi saremo lietissimi di avere questo sostegno, questo contributo alla ricostruzione», spiega il premier. Porte aperte per Obama, ma chiuse in questa fase per gli altri 34 paesi (il numero lo ha rivelato lunedì lo stesso Berlusconi), che si sarebbero offerti di intervenire nelle zone terremotate. con uomini, mezzi e sostegno economico. «Eventuali aiuti esteri verranno usati per la ricostruzione», fanno sapere in serata fonti di palazzo Chigi. Poco prima di dire di sì a Obama da una tendopoli di San Demetrio, paesino a pochi chilometri dall'Aquila, i toni usati dal premier sono netti a proposito degli aiuti internazionali: «Ringraziamo i paesi stranieri per la loro solidarietà ma invitiamo a non inviare qui i loro aiuti. Siamo in grado di rispondere da soli alle esigenze: siamo un popolo fiero e di benessere. Li ringrazio, ma bastiamo da soli», dice Berlusconi. Il muro alzato di fronte agli aiuti internazionali, sia pure scalfito dal via libera dato a Obama, provoca la prima polemica con l'opposizione dopo la tregua dichiarata subito dopo il sisma. «Il governo accetti gli aiuti internazionali», consiglia Dario Franceschini, leader Pd, che ha messo a disposizione dei terremotati 15 cucine da campo, usate di solito nelle feste di partito. Per Franceschini non è il caso di far cadere nel vuoto la solidarietà degli altri paesi: «Non ci sarebbe niente di male. Anche l'Italia - sottolinea - ha inviato i propri uomini a fronteggiare l'emergenza per il terremoto in Turchia, gli incendi in Spagna, le alluvioni in Germania». Ma Berlusconi non ci sente e sembra disposto a fare un'eccezione solo per gli americani, invitati però ad occuparsi di chiese e monumenti, magari concentrando tutti i loro sforzi in «un piccolo quartiere di un paese o un borgo»: così gli Usa potrebbero dire «questo si fa con il contributo nostro». Il premier vuole dimostrare che l'Italia può farcela senza "stampelle" a fronteggiare soprattutto la fase dell'emergenza: non ha bisogno di aiuti materiali e di sostegno economico dall'esterno. Ma intanto il sisma non concede tregua. C'è l'emergenza da gestire, con 7 mila soccorritori impegnati fra le macerie e le 20 tendopoli allestite nelle zone terremotate. E da oggi si comincerà a fare l'inventario dei danni agli edifici, come Berlusconi assicura anche a Obama nel corso della telefonata di ieri. Allora si comincerà a capire quanti soldi il governo dovrà trovare per rimettere in piedi L'Aquila e gli altri i paesi rasi al suolo dal sisma. Il ministro alle Infrastrutture, Altero Matteoli, azzarda la cifra di 1,3 miliardi circa. «E' una cifra orientativa - spiega - che non considera i danni subiti dalle imprese che, per esempio, hanno perso i capannoni». Lunedì, il governo ha impegnato 30 milioni per fronteggiare i giorni dell'emergenza, mettendoli a disposizione del capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, che ha pieni poteri nelle zone terremotate, in linea con lo stato di emergenza nazionale, proclamato l'altro giorno. Domani, il Consiglio dei ministri tornerà a riunirsi per mettere a punto misure di sostegno ed eventuali indennizzi ma anche per mobilitare risorse in vista della ricostruzione. «Io garantisco che le ricostruzioni saranno fatte in tempi rapidi e soprattutto certi», assicura Berlusconi. E anche per questo i fondi della ricostruzione saranno gestiti direttamente da palazzo Chigi. Ma c'è da pensare anche a chi è rimasto senza un reddito perché ha perso il lavoro o l'attività commerciale: «Stiamo pensando - dice il premier - di ricomprendere negli ammortizzatori sociali anche i lavoratori autonomi e i piccoli imprenditori che hanno perso le loro attività, i commercianti e i bar». Domani, il Consiglio dei ministri avrebbe dovuto occuparsi anche del piano-casa, che riparte dalle macerie dell'Abruzzo. Ma le Regioni hanno puntato i piedi sulla deregulation edilizia, facendo slittare dopo Pasqua il decreto per la semplificazione di permessi, autorizzazioni e procedure per costruire. Il decreto, secondo le Regioni, dovrà prevedere il rispetto delle norme anti-sisma approvate nel 2005 ma rimaste sulla carta. Anche il premier è d'accordo: «La vera prevenzione è costruire bene le case, con i criteri antisismici». Ma il terremoto dovrebbe consentire di costruire anche le prime new town, gli insediamenti satellite proposti dal Cavaliere: «Mi piacerebbe costruire la prima new town all'Aquila», spiega Berlusconi. La sua idea è stata però bocciata da Pd, Udc e perfino dalla Lega.
Berlusconi: Gli aiuti internazionali? Per la ricostruzione
Il governo italiano ha accettato l'offerta di aiuto del presidente americano Barack Obama per la ricostruzione di beni culturali e chiese in seguito al terremoto in Abruzzo. Il premier Silvio Berlusconi ha espresso la sua disponibilità a ricevere il contributo, ma ha anche affermato che l'Italia non ha bisogno di aiuti materiali e di sostegno economico dall'esterno. Berlusconi ha invece invitato gli Stati Uniti a concentrarsi sulla ricostruzione di chiese e monumenti, magari in un piccolo quartiere di un paese o un borgo. Il governo italiano ha già impegnato 30 milioni per fronteggiare i giorni dell'emergenza e ha stabilito un piano per la ricostruzione, che prevede la gestione dei fondi direttamente da palazzo Chigi.
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