È un tessuto architettonico-urbanistico medioevale e barocco quello della provincia de L'Aquila, oltre cento Comuni e decine di frazioni arroccate sulle montagne. E difficile dire se il sisma abbia infierito di più sugli edifici moderni piuttosto che su quegli antichi, dalla Casa dello studente al campanile della chiesa di San Bernardino (eretta nel XV secolo) la scossa ha distrutto laddove c'era del nuovo e laddove c'era del vecchio. Certo però che la maggior parte degli edifici del centro storico crollati erano medioevali o barocchi. Settecentesca è la chiesa di Santa Maria del Suffragio, conosciuta anche come la chiesa delle Anime Sante, nella centralissima Piazza Duomo, rimasta senza cupola. Le anime sante a cui è dedicata sono le vittime del terremoto che colpì la città nel 1703 e che distrusse la precedente costruzione. Era invece un capolavoro dell'architettura medioevale romanica la chiesa di Santa Maria di Collemaggio. La parete di fondo della basilica, famosa per il rosone sulla facciata, è crollata come confermato dall'arcivescovo dell'Aquila, monsignor Giuseppe Molinari, mentre è riuscita a salvarsi la tomba di San Celestino V. Anche la provincia era un gioiello di borghi antichi, venuti giù come fossero di carta. Come a Paganica, che assieme a Onna è la frazione più colpita, dove è crollato il convento di Santa Chiara uccidendo una clarissa, suor Gemma. Distruzione anche a Castelvecchio Calvisio, un tempo attraversata dalla strada romana Claudia Nova. Grandissima parte di questo inestimabile patrimonio storico-artistico è andata perduta, ma qualcosa si può ancora fare. «Passata l'emergenza dei soccorsi dice a Libero Vittorio Sgarbi, storico dell'arte e già sottosegretario ai Beni culturali bisogna non buttare giù tutto perché altrimenti si rischia di cancellare quel poco che è rimasto in piedi. Ho fatto personalmente un appello al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, affinché si adoperi per questo». Quando si assiste a un disastro del genere viene da chiedérsi se ivincoli architettonici e paesaggistici non siano soltanto un rallentamento burocratico, se non sia meglio abbattere il vecchio e sostituirlo con il nuovo. «Questo è il primo pensiero che viene, ma è inutile e pericoloso». A parlare così è l'architetto Francesco Scoppola, sovrintendente ai Beni colturali e paesaggistici dell'Umbria, regione accomunata all'Abruzzo per i suoi borghi medioevali arroccati sulle montagne e per aver anch'essa vissuto la tragedia del terremoto (era il 1997). «Esistono due parametri ben distinti, uno per gli edifici moderni e uno per quegli antichi dice a Libero Scoppola i primi devono essere costruiti con i dovuti criteri anti-sismici, i secondi devono essere sottoposti soltanto a degli interventi migliorativi. Su una casa medioevale, ma anche su una del settecento, non si può pensare di costruirci sopra un moderno tetto in cemento armato». Scoppola spiega come in passato le abitazioni avessero stanze non troppo ampie e pareti molto spesse, e proprio grazie a questi accorgimenti sono arrivate fino a noi. «Una casa o una chiesa antica prosegue non deve essere ammodernata, ma migliorata secondo i criteri del grande ingegnere Romeo Ballardini: leggerezza e resistenza. I restauri non devono appesantire la struttura ma renderla più resistente. Ecco perché negli ultimi anni viene sempre più utilizzata la fibra di carbonio». Per quanto riguarda gli edifici moderni, la prima cosa da fare è la pianificazione. «Ogni Comune dice a Libero Pietro De Paola, presidente del Consiglio nazionale dei geologi deve fare una micro-zonazione del proprio territorio, in modo da individuare le aree a rischio sismico o idrogeologico ed evitare quindi che vengano edificate». Quanto alla possibilità di prevedere un terremoto De Paola conferma: impossibile.