Mario De Cunzo, ex soprintendente per i Beni ambientali e architettonici di Napoli e ora presidente dell'associazione «Antonino Giuffrè», che opera in Libia per il recupero delle aree archeologiche con un progetto di partenariato, ha scritto per «Il Mattino» questo reportage. Si diceva che il filosofo Platone discendesse da Poseidone, dio del mare, e che amasse molto viaggiare per il Mediterraneo. Egli soggiornò spesso a Cirene dove aveva discepoli e amici; ivi si rifugiò quando fuggì da Atene durante la restaurazione democratica. Soggiornò anche a Siracusa ma fece arrabbiare il tiranno Dioniso I che lo vendette come schiavo. Annikeris, un cittadino di Cirene suo amico, versò tremila dracme per il riscatto, ma Platone aveva molti amici e il riscatto era già stato pagato. I soldi di Annikeris furono invece impiegati per fondare l'Accademia. Non è poco pensare che l'Accademia di Platone, forse la prima università del mondo, certamente la prima che ammetteva le donne, fu fondata con il finanziamento di un ricco mercante di Cirene. Cirene era città elegante e raffinata, ricca di monumenti, mollemente adagiata sulle colline verdi dello Jebel Akhdar, rivolta verso il mare. A Cirene si parlava greco anche dopo l'occupazione romana, come a Napoli. Imperatori come Traiano, Adriano, Marc'Aurelio, la dotarono di importanti edifici pubblici. Nel 116 d.C. durante la violenta rivolta giudaica che insanguinò le città della Cireneica, fu distrutto a Cirene il tempio di Zeus; l'imperatore Adriano lo ricostruì dotandolo di una nuova, enorme, statua del Dio. Qualche secolo dopo i bizantini distrussero nuovamente tempio e statua, nel piccolo museo di Cirene si conservano solo alcune dita del gigantesco simulacro (ogni unghia misura trenta centimetri). Nei prossimi mesi verrà realizzato a Cirene un nuovo museo, sul progetto dell'Associazione Antonino Giuffré. È un progetto finanziato per il 70 dal ministero degli Affari Esteri italiano in base alla legge 112 del 1992, per il 25 dal Comitato Popolare per il Turismo della Grande Jamahirya Araba Libica Socialista del Popolo, per il 5 dalla stessa Associazione. Il museo sarà realizzato nel «Capannone degli italiani», un grande deposito degli anni Venti del secolo scorso, uno spazio interno a tre navate su archi e pilastri, uno spazio imponente come una cattedrale. Qui verrà ricollocata la «Venere di Cirene», una scultura greca conservata nei depositi della Soprintendenza Archeologica di Roma, dove è stata portata al tempo delle colonie. Un'altra statua, una Venere di tipo Capitolino sottratta alla Libia al tempo delle colonie, è stata già restituita; doveva essere regalata da Mussolini a Goering, ora è custodita nel grande salone centrale del Museo della Jamahirya nel Castello di Tripoli; fino a due anni fa si vedeva, su una parete dello stesso museo, vicino alla statua, una fotografia a grandezza naturale dell'allora Presidente del Consiglio D'Alema, ritratto mentre riconsegna la celebre Venere. Cirene era stata fondata nel VI secolo a.C. da greci provenienti dall'isola di Santorini; giunti sulle colline verdi della Cirenaica l'oracolo di Apollo aveva detto loro: «Uomini greci, qui vi conviene abitare, qui infatti il cielo è forato» (Erodoto, IV, 158-159). Significava che il clima era mite e che lì pioveva. Non ci si aspetta che in Africa piova, ma quando piove a Cirene può essere ancora più seducente, come Venezia, Marrakech o come Napoli vista dalla vigna di San Martino, ma attenti ai raffreddori. «Sabratha ti avrebbe incantato - scriveva Bernard Berenson a sua moglie - il teatro sulle cupe rocce dorate così vicino al mare, e che mare!...». Il brano della lettera di Berenson è riportato nella piccola guida di Sabratha di Philip Ward, edita in molte lingue dalla casa editrice Darf di Londra nel 1970; si può acquistare (prezzo 15 dinar) nel piccolo chiosco di bibite e cartoline vicino all'ingresso degli scavi. Sabratha è una spettacolare città romana, proprio in riva al mare, piccole onde spumeggianti giungono fino a bagnare le strade, le colonne e i muri delle case antiche. Da giugno a ottobre si può fare il bagno nell'azzurro Mediterraneo senza uscire dagli scavi, con lo stesso biglietto di appena 2 dinar. È come se lo stesso Poseidone avesse stipulato un'apposita convenzione, con il Department of archeology (Doa) della Grande Jamahirya, per offrire il più fascinoso dei "servizi aggiuntivi", in base ad un'immaginaria legge Ronchey (quella legge che in Italia consente di aprire tristi fast food e box shops in musei e aree archeologiche). Sabratha era una città fenicia, un ricco scalo marittimo ed emporio di scambi commerciali; qui giungevano carovane da Gadames e dall'estremo Sud della Libia; portavano avorio, schiavi, animali feroci. Ma dell'insediamento fenicio poro resta e non è chiara nemmeno l'origine del nome. Sabratha fu interamente rifatta dai romani dopo la distruzione di Cartagine nel 146 a.C. La città ebbe la libertà da Augusto nell'anno 7 a.C., fu elevata al rango di colonia nel II secolo d.C.; a questo periodo, al secondo secolo, risalgono i più importanti monumenti. Nel 1926 il meraviglioso teatro di Sabratha era un cumulo di macerie, non c'era un rocco di colonna in piedi. Con paziente lavoro gli archeologi hanno ricomposto la più bella e maestosa scena di teatro del mondo; una selva di colonne che sembra ondeggiare al vento, in gara con le onde del mare che si vede poco lontano in trasparenza. A Tripoli il Governo libico ha affidato alcuni edifici di proprietà demaniale nella Medina ad un gruppo di architetti che ha elaborato un programma denominato: «The Project of Old Tripoli City». L'architetto Basma Alì Sannuga spiega:«The Project of Old Tripoli City si autofinanzia con l'affitto dei locali restaurati e con la vendita dei biglietti per la visita e per l'esecuzione di fotografie; i lavori in Libia costano poco. I restauri avvengono con materiali tradizionali, pietra per i muri e legno per i solai, ma la malta è di cemento perché a Tripoli non vi è più nessuno che produce calce». Sono stati già restaurati, ad esempio l'ex consolato francese, destinato ora al centro culturale "Al Hassan House for Arts" e la casa di Alì Karamanli, che è diventata un gradevole museo della vita familiare araba». L'«Associazione Antonino Giuffré», già ricordata per il lavoro a Cirene, lavorerà anche a Tripoli in collaborazione con le istituzioni locali: con «The Department of Archeology» (Doa) e con il «Planning Department» della Municipalità di Tripoli. Scopo dell'associazione è il restauro di un edificio nella Medina con materiali e tecniche tradizionali: «Ci auguriamo di riaprire una calcara per avere la malta di calce», ci dice l'architetto Caterina Carocci, che fa parte della missione italiana, «The Project ci ha già indicato una casa da restaurare, un bellissimo edificio a corte abitato da varie famiglie di immigrati, l'intesa con i partners locali è perfetta». Ma Tripoli merita altro spazio per dire dei suoi progetti di recupero. Ce ne occuperemo ancora.