Poteva essere la metà degli anni 80 quando per la prima volta un Gianni De Michelis la cui maggiore robustezza fisica faceva pendant con un maggior vigore politico, annunciò la lieta scoperta. Disse l'esuberante ministro: in Italia non abbiamo il petrolio, ma anche noi abbiamo i nostri giacimenti preziosi, e si chiamano Venezia, Firenze, Roma, le mille pievi antiche sparse sul territorio, i mille borghi medievali, le chiese rupestri, Giotto, Caravaggio e Michelangelo. Da allora vent'anni sono passati. Vent'anni nei quali periodicamente e orgogliosamente ripetiamo che non abbiamo il Texas, ma abbiamo il Colosseo, col vantaggio che, mentre le produzioni industriali prima o poi si decentrano in paesi lontani con manodopera poco costosa, il Colosseo, fedele e imperturbabile, resterà sempre con noi. E chi vuole visitarlo è da noi che deve venire, con incassi e relativa felicità di tutto l'indotto, dal tour operator al ristoratore. Sarà perché nel frattempo abbiamo scoperto di avere il petrolio in Basilicata, mai quanto in Texas naturalmente, ma nel corso degli anni di sfruttare questi giacimenti in modo adeguato, rispettoso e intensivo al tempo stesso, non se ne parla proprio. O meglio, se ne parla sempre, ma se ne fa pochino. Abbiamo avuto è vero la legge Ronchey, che ha molto innovato, ma poi qualcuno l'ha ritenuta non più sufficiente, e ha ancora legiferato a più riprese. Così, mentre il resto del mondo che non ha il Colosseo continua ad aumentare gli stanziamenti pubblici e privati in favore del proprio patrimonio, noi che di patrimonio ne abbiamo da vendere (per carità, non è un suggerimento, è solo un modo di dire) siamo un po' tirati di manica. Più tirati dei nostri cugini europei di sicuro e, con i tagli alle entrate dei comuni, il futuro non sarà migliore.Con l'aggiunta della solita confusione di lingue, in una continua altalena di notizie positive e negative. Sono passate poco più di quarantott'ore da quando il ministro per i Beni e le attività culturali Giuliano Urbani ha annunciato che finalmente grazie alla finanziaria 2003 è nata una società Arcus spa in grado di utilizzare il 3 degli stanziamenti in infrastrutture per tutelare e valorizzare i beni culturali. Ed ecco che, per evitare che eccessivi entusiasmi nuocciano alla pressione, arriva il secondo rapporto annuale di Federculture. Il quale spiega che sì, è vero, la domanda di cultura cresce, siamo un paese molto attrattivo per il turismo culturale, siamo sempre il paese con la massima concentrazione di patrimonio culturale mondiale, e aumenta il numero degli universitari che vorrebbero occuparsene professionalmente. Peccato però che la realtà non sia loro favorevole. Perché la stessa finanziaria che Urbani esalta, Federculture accusa. La responsabilità dell'attuale quadro legislativo sarebbe di scoraggiare l'intervento dei privati, anche a causa di leve fiscali insufficienti. Non sta a noi giudicare se ha ragione il ministro o l'organismo associativo, o anche tutti e due. A noi sta invece notare che soprattutto in una situazione economica complessa come è questa, in un momento in cui per un giovane trovare lavoro non è semplicissimo, il nostro patrimonio culturale è più che mai una risorsa da sfruttare. In fondo basterebbe fare qualche viaggetto di studio: imparare un po' di marketing cultural-territoriale dalla Francia, e un po' di incoraggiamento fiscale dagli Usa. Tanto, nel frattempo, il Colosseo è sempre lì.