Doveva essere l'uovo di Colombo, invece è stata una débâcle. Il meccanismo delle esenzioni fiscali per le imprese che investono in cultura non ha funzionato e quelle che sono arrivate sono solo poche briciole. Rispetto al tetto di 70 milioni di euro previsto dalla legge, infatti, nel 2003 sono stati versati solo 17 milioni, due in più dell'anno prima: una piccola crescita, ma troppo piccola per le reali esigenze del settore. E' Federculture a denunciarlo, nel suo secondo rapporto annuale presentato ieri a Roma. E ad essere sotto accusa, perché troppo farraginosa, è la legge 342 del 2000, che permette alle imprese di destinare fondi alla cultura beneficiando della deduzione dalle imposte. Un meccanismo senza appeal, specie per le imprese del Mezzogiorno, che hanno corrisposto una quota non superiore allo 0,4 per cento. A ciò va aggiunto che la finanziaria destina solo lo 0,39 per cento del bilancio al ministero per i beni e le attività culturali (contro una media europea dello 0,50 per cento, l'1 della Francia e l'1,35 della Germania) e che i tagli dei trasferimenti agli enti locali saranno dolorosi (-1015 per cento per le grandi città e addirittura -40 per i piccoli comuni), con pesanti ripercussioni sui capitoli cultura e formazione. Anche le fondazioni bancarie sborsano di meno (nel 2001 i finanziamenti erano pari al 34,1 per cento del totale, per quest'anno la soglia è del 23), così come si sono contratte le sponsorizzazioni (-5 per cento in due anni). E il quadro è chiaro: il problema della carenza delle risorse destinate alla cultura si aggrava di anno in anno. Eppure, la gente ha sempre più voglia di cultura e tempo libero. Tant'è vero che ci spende di più (nel 2003 l'aumento dei consumi è stato del 2,1 per cento, contro l'1,2 del 2002) nonostante un rincaro dei prezzi del 2,1 per cento (in Francia, al contrario, c'è stato un ribasso dello 0,5 e in Germania dell'1,2). E se è vero che le nostre grandi mostre sono ai primi posti nella classifica mondiale in termini di visitatori, dai Faraoni di Venezia agli impressionisti di Treviso, è altrettanto vero che, si legge nel rapporto di Federculture, «la vera sfida consiste nell'imparare a gestire il patrimonio e le attività culturali in modo più efficiente». «Il settore ha tenuto rispetto alla crisi del 2003», ha chiarito il curatore del volume, Roberto Grossi, ma «una vera politica della programmazione è necessaria e urgente», ha aggiunto con il presidente della federazione Maurizio Barracco. L'Istat ci dice che gli italiani preferiscono il cinema (49,5 per cento), poi gli spettacoli sportivi (28,2) e solo dopo vengono i musei e le mostre (28), il teatro e i concerti. Federculture rileva che a fronte di un calo dei turisti stranieri (-5,6 nel 2003) è in salita il turismo culturale nostrano (1,3) e che la palma del successo appartiene alle città d'arte minori (con un balzo dal 53 al 61 per cento sul totale del turismo culturale). E se le grandi metropoli "resistono" con i monumenti e i musei più importanti, calano invece i visitatori nelle strutture meno conosciute. Nel 2003 Milano è stata penalizzata dalla ristrutturazione dei Musei del Castello e Firenze dai lavori di restauro della facciata di Palazzo Vecchio (qui il calo è stato del 12 per cento), mentre Venezia è in controtendenza sui musei civici con un 2 per cento; Torino e Roma hanno registrato un -1 e un -1,7. Infine, un avvertimento ai giovani. Si moltiplicano i corsi universitari e i master legati allo sviluppo delle attività culturali e dello spettacolo, ma sono «quasi sempre avulsi dalle dinamiche in atto e ancora lontani dal mercato del lavoro e delle imprese», denuncia Federculture. Quindi, pensateci bene, ragazzi, quando andrete a iscrivervi all'università, perché «il rischio è quello di creare una nuova categoria di disoccupati e sottoccupati di eccellenza».