Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi dice di volere «meno Stato nella cultura». Dev'essere dunque stata una circostanza eccezionale quella che l'ha spinto ad irrompere nel mercato dell'arte, sborsando tre milioni e duecentocinquantamila euro per assicurare allo Stato un Crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo. Bondi ha spiegato che si tratta di «un importante arricchimento del nostro patrimonio, evitando inoltre il rischio di un possibile espatrio di questa preziosa scultura». Se per la seconda preoccupazione sarebbe bastata la notifica dell'opera, la prima affermazione è radicalmente negata dall'opinione pressoché generale della comunità scientifica. Se si escludono, infatti, i tre storici dell'arte cui si deve l'attribuzione, ed i vertici della Soprintendenza di Firenze (che l'hanno subito supportata, proponendo poi l'acquisto al Ministero), praticamente nessuno tra gli specialisti di scultura rinascimentale crede che si tratti davvero di un'opera di Michelangelo. Né lo stile, né la tecnica esecutiva (l'opera è composta da diciotto parti incollate tra loro), né, soprattutto, la qualità consentono di pronunciare quel nome. Se si aggiunge che esiste un'altra decina di Crocifissi molto simili (tra i quali due o tre della stessa mano, ed altri ancora della stessa qualità, o almeno dello stesso stile), si comprenderà perché l'opinione dei più autorevoli studiosi sia che il Cristo acquistato dallo Stato sia solo un'opera di rispettabile serialità, uscita da un'ottima bottega di legnaiuoli attiva nella Firenze di fine Quattrocento. Il valore commerciale dell'opera non dovrebbe superare i centomila euro: un trentaduesimo della somma versata dall'erario sul conto dell'antiquario torinese che la possedeva. Non ci si stupirà che, una volta tanto, i privati abbiano fatto largo alla temeraria iniziativa pubblica. La Cassa di Risparmio di Firenze ha, per esempio, rinunciato all'acquisto, insospettita sia dall'attribuzione non convincente, sia dalla curiosa strategia ribassista del venditore, disponibile a far calare troppo rapidamente le proprie richieste da 18 a 3 milioni di euro. Questa encomiabile prudenza non è stata adottata dal comitato tecnico scientifico del Ministero, che esaminando più volte e a distanza di mesi la proposta non si è chiesto perché un Michelangelo non solo attendesse pazientemente di esser considerato, ma anzi si offrisse ogni volta ad una cifra inferiore, e dunque sempre più lontana dal prezzo enorme che costerebbe un'autentica scultura del Buonarroti. Ma la cosa davvero stupefacente è che, per un acquisto di questo peso, il comitato e il ministro non abbiano richiesto formalmente pareri di studiosi autorevoli, e terzi rispetto a chi aveva proposto l'attribuzione e l'acquisto. In quale transazione commerciale, per quanto irrilevante, l'acquirente sceglie di utilizzare gli stessi consulenti del venditore? Su tutto questo indaga ora la Procura regionale del Lazio presso la Corte dei Conti. Ma perché Bondi si è gettato in un'impresa tanto arrischiata, costruendo, per di più, intorno ad essa una clamorosa operazione di propaganda che ha gettato trionfalisticamente il Crocifisso nel pastone mediatico? La risposta sta nell'iconografia dell'opera: c'è da giurare che se avesse rappresentato un satiro, essa starebbe ancora nella bottega dell'antiquario. In questa Italia neoguelfa, il ministro ha creduto forse di rendere un servizio al governo associando alla sua immagine politica e culturale un così potente simbolo religioso. Non è un caso che l'opera sia stata prima di tutto portata all'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede e offerta alla vista del Papa, officiante il direttore dei Musei Vaticani (lo stesso che, da soprintendente di Firenze, aveva dato il via all'operazione). Se poi si nota che il Cristo è stato subito dopo esibito alla Camera dei Deputati presieduta da Fini, nella stessa iniziativa che l'anno scorso aveva visto Bertinotti chiedere in prestito il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, il clima da strapaese in cui è maturata la scelta di comprare il Crocifisso apparirà più leggibile. E non è finita qua: dopo aver ventilato di voler inviare la scultura a impreziosire il giuramento di Obama (quasi un riflesso condizionato: «se è un capolavoro, prestiamolo agli americani»), si è dovuto più modestamente ripiegare su una tournée nel ventre profondo dell'Italia berlusconiana. Come una madonna pellegrina, o come un vessilo sanfedista, il Crocifisso è stato dunque spedito in una chiesa di Trapani, nell'ambito dell'evento Fulget crucis mysterium (e il senatore trapanese di Forza Italia Antonio D'Alì esulta per l'«ennesima grande occasione di promozione culturale»), per essere da oggi esposto a Milano accanto alla Pietà Rondanini, in un accostamento allucinante. . Ma il danno più grave è quello culturale. Nel silenzio quasi unanime degli intellettuali è passata l'idea di Bondi per cui «è fondamentale destinare le poche risorse disponibili a iniziative che abbiano un significato così alto che possiamo consegnare alle generazioni future ». È vero esattamente il contrario: le prossime generazioni non ci chiedono di votarci al culto di un preteso capolavoro isolato e irrelato, ma piuttosto di dedicare le nostre energie e le nostre scarse risorse a far vivere quel patrimonio artistico diffuso che fonda la nostra identità nazionale. È dunque più che un sospetto che l'acquisto del Crocifisso «di Michelangelo » sia stato pensato come una foglia di fico enfaticamente posta sull'enorme vergogna dell'abbandono della tutela perpetrato dal governo e dal ministro. «Mentre che 'l danno e la vergogna dura». È il verso di una poesia di Michelangelo. Quello vero. Docente di storia dell'arte all'Università di Tor Vergata