Cartoline dall'Europa: per individuare possibili strategie tese a ridisegnare radicalmente l'identità del museo tradizionale. Un'occasione per riflettere, per trovare qualche buona idea utile a rilanciare anche i musei fiorentini, toccati dalla crisi economica, dal calo delle presenze, per ammissione degli stessi addetti ai lavori, da concezioni ormai superate e un po' polverose. Il modello spagnolo complesso e scenografico La prima cartolina è dalla Spagna. Da un Paese che, sin dall'epoca post franchista, ha investito ingenti risorse economiche culturali sull'arte, seguendo diverse traiettorie. Il museo è stato concepito non come un tempio in cui solennizzare la memoria, ma come una costellazione rivolta a offrire ripensamenti laici e ridefinizioni costanti: riuscendo, in molti casi, a riqualificare intere aree urbane. Si pensi alla benefica funzione del Macba di Barcellona (progettato da Richard Maier), che ha donato una nuova dignità a un'ampia zona alle spalle delle Ramblas, a lungo invivibile e pericolosa. Quello iberico è un modello molto complesso. Per un verso, si sono inaugurati alcuni luoghi di impronta monografica (i musei di Picasso e di Mirò a Barcellona, quello di Dalì a Figueras, ancora quello di Mirò a palma di Maiorca). Per un altro verso, sono nati spazi di nuova fondazione (come l'Ivam di Valencia, Artium a Victoria e il Guggenheim a Bilbao). Per un altro verso ancora, si è deciso di attribuire un volto diverso a strutture consolidate come il Prado, che è stato recentemente reinventato in alcune parti da Rafael Moneo, il quale ha proposto un allestimento capace di far rivivere il patrimonio che lì è custodito. Moneo ha ordinato una sofisticata scenografia per valorizzare i capolavori di Velasquez e di Goya: ha salvaguardato il rigore richiesto dal Prado, ma al tempo stesso ha teatralizzato l'ambientazione dei dipinti e delle sculture. Il risultato è quello di uno spettacolo «europeo», privo di ogni deriva televisiva «americana ». Parigi sperimenta nuovi linguaggi La seconda cartolina è dalla Francia. Dalla «Ville-visage- du-monde», Parigi: una città che, agli inizi del 900, un poeta come Guillame Appolinaire aveva descritto come un immenso e fascinoso bazar. Tra le sperimentazioni più interessanti degli ultimi anni, il Palais de Tokio. Non un museo tradizionale, ma un laboratorio di linguaggi, un officina di codici. Inutile cercarvi esposizioni «corrette». Siamo in un suk meticcio, ibrido, decisamente imperfetto. Vi troverete installazioni, performance e happening destinati soprattutto a un pubblico giovane e underground. Siamo di fronte all' erede del Centre George Pompidou. La programmazione che va avanti fino a tarda notte prevede mostre personali e instant show. Un ulteriore tassello nel dinamico sistema museale parigino. Londra raddoppia e vince la sfida La terza cartolina è dalla Gran Bretagna: da Londra. Ci riferiamo alla difficile scommessa che oggi possiamo dire fino in fondo vinta della Tate Gallery. Che, alla fine degli anni '90, ha deciso di sdoppiarsi: ha voluto difendere la sua vicenda pluriennale e, insieme, si è aperta alle ultime avanguardie radicali. Da questa necessità è nata la New Tate, che si affianca alla Tate Gallery. Una ex centrale elettrica interamente «ridelineata» da Herzog De Meuron, che coniuga ricognizione storiografica e legame con l'attualità. Da un lato, una collezione molto ricca di opere parte del '900, disposta secondo un criterio tematico: un modo per sgretolare lo storicismo piatto e anonimo. Dall'altro lato, installazioni site specific. Una maniera per provare a rimanere museo ma anche per essere contenitore di forme di creatività contemporanee. Berlino trasforma una stazione in museo L'ultima cartolina è dalla Germania. Dalla metropoli maggiormente up to date di questi anni: Berlino. Davvero sorprendente l'incontro con l'Hamburger Banhoff, una ex stazione ferroviaria che, in anticipo su quanto è accaduto con la New tate, è diventata un museo. Un'architettura in cui è possibile respirare il clima desolante della Berlino prima della caduta del Muro, ma è possibile anche misurarsi con significativi slittamenti dell'arte degli ultimi 20 anni. Post scriptum per dimenticare lo show Per finire una cartolina extra, come fosse un post scriptum. Torniamo a Parigi, a Rue de Varenne. Siamo al museo Rodin. Per una attimo, dimenticate lo show, gli effetti speciali. Vi troverete in un museo meravigliosamente inattuale. Dedicato a un solo artista. Solitario, silenzioso, forse proiettato verso un tempo irrimediabilmente lontano da noi. Il vostro sguardo non potrà essere rapido, distratto. Ma attento, cauto, lesto, innamorato solo dell'arte.