Nel nuovo libro di Settis, il concetto e analizzato in tutti i suoi risvolti: un valore che sconfigge il tempo Della millenaria storia semantica di "classico", il buon Calepino scelse e conservò due definizioni soltanto: «Et classici primae tantum classis homines». Classici sono soltanto gli uomini di prima classe, di primo ordine e di pari agio, quelli che pagano stabilmente le tasse, come li definisce Aulo Gellio. Ma classici sono anche coloro che intonano il classicum, che «suonano la diana» e chiamano il popolo a raccolta, alla rocca o alle mura, a difendere la libertà patria. Il classico è ciò che è ben fondato e che chiama a ridestarsi. Nell'isolare queste due accezioni, anzi nel concedere alla seconda quasi tutte le righe dedicate al lemma, Calepino voleva sottrarre al "classico" la veste di lettura per una sola "classe", di libro per benestanti, per sottolineare invece la sua funzione di esemplarità: il classico è voce dell'alba, che risveglia, che chiama a raccolta, che unisce per fini comuni. (E semmai, nel tempo, il "valore" è passato da chi possiede il libro al libro stesso, come ricorda Italo Calvino in una delle prime definizione di classico: «Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati» Perché leggere i classici, 1991. All'evolvere di questa voce verso un canone di esemplarità, da tramandare, da consegnare in "classe" alla memoria dei discenti, Ernst Robert Curtius dedicò il supèrbo XIV capitolo della sua Letteratura europea e Medioevo latino; esso seguiva quello dedicato alle Muse, che presiedono al poetico. Attingeva del resto a una celebre conferenza di T. S. Eliot, di due anni precedente (1945): What is a classic? Per Eliot, per Curtius, classico non è di per sé l'antico, poiché a questo si oppone il moderno (celebre fu la «Querelle des Anciens et des Modernes», su cui ha scritto pagine illuminanti Mare Fumaroli); il classico attraversa l'antico, varca il moderno, poiché «Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire» (Calvino, Perché leggere i classici). "Classico" è soprattutto ciò che conserva vivente la storia di cui parla e la figura che mette in scena: vivente concludeva Eliot è il Virgilio di Dante: tornava a vivere di ragione e di malinconia in una nuova eternità, in un nuovo universo e lingua, guida ancora a una rinata Roma cristiana. E vivente è oggi la Commedia nella nuova scena di Inferno, Purgatorio e Paradiso che le hanno dato Edoardo Sanguineti, Mario Luzi, Giovanni Giudici: un classico crea sempre nuovi classici. Ma chi guardi al testo dantesco dei tre nostri poeti, vedrà che esso è quasi intatto: poiché un classico è anche intangìbile. È ciò che dura e che ci da misura, ciò da cui possiamo partire: da qui appunto inizia la ricca e lucida "perorazione storica" di Salvatore Settis, che argomentando in maniera serrata, e mettendo a confronto una bibliografia di voci dagli antichi Greci ai critici contemporanei tedeschi, francesi, americani, giapponesi, ci porta a una vigorosa conclusione: classico è ciò che ha già in sé superato la propria rovina, che può esibire la sua grandezza mutila in modo più affascinante che nella sua pienezza, perché classico è progetto e memoria: «II detto attribuito a Beda ("Finché starà il Colosseo, starà Roma; e finché starà Roma, starà il mondo") non si riferisce al Colosseo nel suo pieno fiorire [...], ma già (come oggi) a un gigantesco rudere che continua a morire a ogni istante, eppure vive ancora» (p. 85). Il moderno è continuamente costretto a negare, a definire per differenza spesso polemica il proprio stile, a privarsi di storia per esibirsi nel presente: il moderno perciò, passato l'istante, passa di moda con esso. Il classico, all'opposto, attrae a sé l'antico e il presente, li somma come casipole alle proprie arcate: Ponte Vecchio a Firenze, che resìste a piene, alluvioni di acque e di turisti, di lattine di birra e finte anticaglie. Oppure, e, simmetricamente, resiste per differenza a ogni "modernizzazione": il Colosseo alla via dei Fori Imperiali, San Pietro e il Berni-ni a via della Conciliazione, Castel Sant'Angelo ai quartieri nuovi di Roma sabauda come ai sogni di Freud. Il classico insomma è irriducibile; dimora nella sua alterila e proprio per questo conclude Settis «il "classico" può diventare storia e memoria, per eccellenza, dell'"altro"». Anche per questo, altamente, tristemente, significativa è stata la spoliazione del Museo di Bagdad: togliete a una civiltà le sue tavolette, i suoi classici, lo spessore dei millenni, e non si avrà più coscienza dell'altro, non più ritegno né scrupolo a "farli nostri". Proprio di fronte a questa «disgregazione delle società complesse», Salvatore Settis interroga con acuta sapienza il nostro presente; se un tempo si potè dire ricorda Calvino «classico un libro che si configura come equivalente dell'universo» (la Bibbia, Omero, Virgilio, Dante, Shakespeare, Cervantes), oggi nondimeno in questa terra guasta, il "classico" emerge nella sua scabra alternanza di rovina e ritorno, «in un drammatico e ripetuto alternarsi di morti e risurrezioni» (Settis). Per questo si ebbe Rinascimento, per questo pro-fetizzava Calvino «è classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l'attualità più incompatibile fa da padrona». Salvatore Settis, «Futuro del "classico"», Einaudi, Torino 2004, pagg. 128, 7,00.
Classico, infinito presente
Il libro di Settis analizza il concetto di "classico" e le sue diverse accezioni. Il termine è stato utilizzato in modo diverso nel corso della storia, ma il suo significato è rimasto costante. Il classico è ciò che ha già superato la propria rovina e può esibire la sua grandezza mutila in modo affascinante. Il classico è progetto e memoria, e attrae a sé l'antico e il presente. È irriducibile e dimora nella sua alterità. Il libro di Settis esamina la storia del termine "classico" e mette a confronto le diverse definizioni e interpretazioni che ne sono state date.
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