IL MISTERO DEL BAGNO DI PALERMO Invitato dal Fai per una conferenza, Nicolò Bucaria racconta la scoperta del "Miqweh" di Casa Professa sul quale la Soprintendenza ha una tesi diversa "Fummo colpiti dalla assoluta corrispondenza alle norme sulla costruzione di questi manufatti. Doveva far ottenere la massima purezza ai fedeli" Dopo essere stato Research Fellow allAlbright Institute of Archaeology di Gerusalemme, Bucaria ha scritto Sicilia Judaica (Flaccovio 1996) e numerosi articoli sul patrimonio ebraico siciliano, di cui è oggi uno dei maggiori conoscitori. I bagni rituali di Palermo e Siracusa, lAron di Agira, i Rimmonim di Cammarata, le Menorah scolpite nella roccia, le sinagoghe trasformate in chiese. Che ne fu dei beni culturali e artistici che gli ebrei produssero nel corso del loro soggiorno ultramillenario in terra di Sicilia? Perché i corallai di Trapani erano ebrei? Che cosa è rimasto della loro lingua, il giudeo-arabo siciliano? In che modo contribuirono alla formazione dellidentità siciliana? Sono alcuni degli stimolanti interrogativi cui Bucaria darà risposta nel corso della conferenza "I beni culturali ebraici in Sicilia" che martedì terrà per il Fai alla Biblioteca comunale. Una location molto significativa, giacché proprio nel sottosuolo del chiostro di Casa Professa, ha identificato con certezza un bagno rituale ebraico (Miqveh), a lungo erroneamente creduto stanza dello scirocco o cisterna. Qual è lo stato del patrimonio ebraico in Sicilia? «Nel 2002 molti dei manufatti recuperati alla memoria sono stati esposti nella mostra "Ebrei e Sicilia" organizzata a Palermo nel 2002 e illustrata in un catalogo da me stesso curato. Altre testimonianze archeologiche di grande valore storico giacciono invece abbandonate a se stesse e minacciate di definitiva distruzione: ad esempio le lapidi del cimitero ebraico di Siracusa. Nonostante la Regione sia stata la prima, e finora unica, regione italiana a firmare un protocollo dintesa con lUnione delle Comunità ebraiche italiane, le sue disposizioni miranti a proteggere i beni culturali ebraici sono rimaste lettera morta. Grazie alle vestigia superstiti fuori della Sicilia, nei luoghi dove gli ebrei siciliani si recarono in esilio, è stato però possibile ricostruire il loro straordinario contributo al sapere scientifico e al Rinascimento italiano». Come siete arrivati alla identificazione del bagno rituale ebraico nel chiostro di Casa Professa? «Mi aveva incuriosito il fatto che nel cuore di Palermo si trovasse una "stanza dello scirocco", invenzione moderna riservata alle ville fuori porta, e ancor di più che fosse collegata con i qanat. Già al primo sopralluogo capii che quella struttura era straordinariamente simile ad un bagno rituale ebraico. Essendo scavati nel sottosuolo, questi ipogei sono lunica manifestazione della cultura ebraica un po più difficile da distruggere». Anche nella Giudecca di Siracusa è stato scoperto qualche anno fa un Miqweh... «Sì, la marchesa Daniele di Bagni lo trovò ripulendo lo scantinato di Casa Bianca in Ortigia. Oggi attira numerosi visitatori ed è lunico sito in Sicilia in cui si celebra ogni anno la Giornata internazionale della cultura ebraica». Ma come si fa a stabilire che cosa è un Miqweh? «Ci sono criteri precisi. Mandai i disegni e le foto al professor David Cassuto il quale arrivò a Palermo qualche giorno dopo. Anche lui fu colpito dalla straordinaria corrispondenza del manufatto alle norme della Halakkah che disciplinano la costruzione di un bagno rituale. Tra i vari tipi possibili, questo permetteva ai fedeli di raggiungere il massimo grado di purezza, quello terapeutico. Inoltre si trova proprio nel quartiere di Palermo in cui per secoli hanno abitato gli ebrei. A questo punto, per fugare gli ultimi dubbi, contattammo il professor Pietro Todaro, il geologo che negli ultimi decenni ha studiato ogni anfratto di Palermo. Anchegli ci confermò che non aveva mai visto né una stanza dello scirocco simile, né una cisterna munita di gradinata. Ormai ci restava da fare solo una cosa: svuotare la vasca per esaminarne il fondo. Tutto questo fu possibile grazie allautorizzazione di Filippo Guttuso, direttore della Biblioteca comunale, e del valoroso impegno del gruppo Saf dei Vigili del fuoco di Palermo. Recuperammo diversi frammenti di ceramica da tavola, tutti datati tra il IV e il XV secolo: proprio larco di secoli in cui gli ebrei vissero a Palermo. Anche gli scavi condotti in altri Miqweh europei hanno rivelato la presenza di frammenti di ceramica che gli ebrei immergevano nel bagno per purificarla. Nel 2005 abbiamo presentato il Miqveh di Palermo al XIV Congresso mondiale di studi ebraici a Gerusalemme, raccogliendo consensi e congratulazioni tra gli esperti di archeologia ebraica». La Soprintendenza ha però una tesi diversa. «È vero, in una loro pubblicazione sostengono di aver trovato resti scheletrici dentro i sedili di roccia viva del vestibolo e pongono il vano dacqua in collegamento con i qanat e con il sistema catacombale vicino. Ma di tutto ciò non abbiamo trovato alcuna evidenza». Chi erano gli ebrei siciliani che lo costruirono? «Erano degli ebrei che, come i siciliani cristiani, provenivano da tutte le sponde del Mediterraneo a seconda del momento politico. Sotto lImpero bizantino prevalsero gli ebrei ellenofoni provenienti dallEgitto. Con linvasione musulmana arrivarono gli ebrei magrebini arabofoni che conservarono la loro lingua, il giudeo-arabo siciliano come tratto distintivo fino allespulsione del 1492. Sotto la Corona dAragona cominciò limmigrazione di ebrei sefarditi dalla penisola iberica». Come mai questo interesse degli ebrei per la Sicilia? «Tanti storici hanno scritto che gli ebrei in Sicilia furono più felici che altrove. E, malgrado tutto, è stato proprio così. Lo si legge anche tra le righe dei 18 volumi di documenti darchivio che il professor Simonsohn del Diaspora Centre di Tel Aviv ha pubblicato in questi ultimi anni». Che proposte concrete farebbe alle istituzioni per "salvare il salvabile"? «Abbiamo già fatto delle proposte a due presidenti della Regione che sono venuti in visita a Gerusalemme. Abbiamo chiesto di mettere al sicuro un monumento importantissimo come il pozzo della Magione, tutto quello che rimane della grande sinagoga di Palermo. ma si capisce che il patrimonio ebraico non è sullagenda dei politici siciliani».