I dati ufficiali lo condannano ma il sistema non cambia di una virgola e procede come sempre: l'antico di qua, il moderno di là. Eppure le istituzioni che osano vengono premiate dal pubblico Succede soprattutto in inverno, quando fa buio presto. Mentre tento di tenere sveglio un centinaio di studenti raccontando loro qualcosa di arte contemporanea, nelle aule dell'Accademia di Brera entrano gruppetti di persone dall'inconfondibile aria turistica. In genere mi guardano con aria spaesata, temendo di disturbare, finché uno più audace degli altri mi interrompe rivolgendomi la domanda di rito: «Scusi, è qui il Museo di Brera?». Già, perché di detto museo, che per inciso dovrebbe chiamarsi Pinacoteca, non c'è indicazione ben visibile. Per avvicinarsi allo scalone che conduce al primo piano, il visitatore si imbatte in aule e laboratori, deve scavalcare giovanotti in dreadlocks spesso in compagnia dei loro simpatici animali. Se questo è il biglietto da visita per uno dei musei (sulla carta) più importanti d'Italia, beh, c'è poco da aggiungere: che sia meno frequentato di quanto potrebbe non è una sorpresa. La Pinacoteca di Brera è un'entità misteriosa, scivolata nel regno dell'invisibile. Trovarla è già una sfida, per non parlare dell'assoluta mancanza di appeal, a meno che i turisti d'arte non amino i centri sociali.,. La soluzione logica vorrebbe si spostasse da qualche altra parte l'Accademia: ma nessuno se ne vuole andare - non esiste categoria più conservatrice degli insegnanti - se ne parla da anni e tutto resta come prima. Nessuno fa la prima mossa, a danno sia dell'arte sia della scuola. Quello della Pinacoteca braidense, scivolata in basso nella classifica dei musei italiani (è fuori dalla top 30) per visitatore, è solo il caso più eclatante, anche perché siamo a Milano, di uno stato ormai generalizzato. Giusto diffondere quei dati, da parte del ministero dei Beni culturali, che evidenziano il calo di presenze un po' ovunque, perché ormai l'allarme non basta più e bisogna apportare un deciso cambio di passo. Importante che i massimi dirigenti si siano recati in visita all'estero per tentare di capire come funzionano le istituzioni straniere, osservando con i loro occhi i molti italiani in coda per ammirare grandi collezioni o spettacolari mostre temporanee, dove una voce significativa delle spese viene coperta dai biglietti staccati. Noi italiani siamo ossessionati dalla conservazione. Quando una cosa è, tale deve rimanere. Tralasciando la questione servizi (caffetterie, bookshop, intrattenimento, didattica), di cui si è parlato tanto e a sproposito come del nodo centrale sul quale rifondare il museo moderno, sembrerebbe pi importante intendere il museo come un luogo vivo: ad esempio, ruotare e riallestire le collezioni, avviare scambi tra istituzioni, perché è più facile spostare dei quadri che migliaia di persone. Impossibile, il sovrintendente applica sempre lo stesso motto: «Nego ergo sum» (come disse una volta Philippe Daverio), la burocrazia avvolge la buona volontà, la carta bollata soffoca qualsiasi spirito di iniziativa. In Italia ci sono tante gallerie comunali quanti monumenti alla resistenza. Troppe e perciò trascurate, semichiuse, inospitali. Circolassero liberamente le opere d'arte, concesse in prestito con più facilità, ci sarebbero senz'altro più visitatori paganti e meno musei inutili. Pare che in Italia il contemporaneo e l'antico debbano essere trattati in modo diverso. Al primo è consentito fare poco pubblico, trattandosi di ricerca difficile e ostica, al secondo si chiedono numeri che per spesso non bastano. L'idea che il museo possa funzionare da contenitore aperto e variegato proprio non prende, piegato dalla testardaggine degli accaniti sostenitori di specializzazione e ipersettorialità. Prendiamo esempio dagli altri, invece: il più grande museo d'arte decorativa, il Victoria Albert Museum di Londra, può ospitare insieme i tesori della regina e una mostra sullo street style, l'Art Decò e gli abiti punk di VivienneWestwood; al Metropolitan di New York ho visto una retrospettiva da brivido di Courbet e, qualche sala più in là, una piccola ma filologicamente ineccepibile rassegna su Jasper Johns. Al Louvre è abitudine che gli artisti viventi interagiscano con le opere della collezione: l'anno scorso il belga Jan Fabre ha installato i suoi lavori nell'ala dei Fiamminghi, da noi il popolo dei conservatori dell'antico griderebbe allo scandalo, alla lesa maestà. Se a Firenze o nelle città d'arte il contemporaneo stenta a prendere piede, in altre è la sola parola d'ordine, indipendentemente dal gradimento del pubblico. Si è parlato molto, negli anni scorsi, del caso Torino, riconvertitasi alla cultura dopo la crisi dell'industria. Massicci investimenti pubblici, e mostruosi sprechi, a fronte di risultati davvero modesti, culminati nel 2008 con il bluff del design (a 150 km da Milano, che cosa inutile!) e della Triennale, ennesima manifestazione superflua e quindi assai poco visitata. Per una città che del contemporaneo ha fatto il suo brand, i dati si rivelano sconfortanti: il Castello di Rivoli e la GAM non raggiungono i 100 mila visitatori l'anno. Quale il motivo? Mostre noiose, elitarie e respingenti. Proviamo invece a offrire alla gente una grande antologica di Pollock, Warhol, Basquiat, Bacon (che siano di livello però), e accanto vi si collochino le espressioni d'avanguardia e il patrimonio delle collezioni. L'una cosa trarrebbe giovamento dall'altra e forse il museo tornerebbe a vivere e produrre margini di profitto.