Magari vi sarà sfuggito, ma gli storici dell'arte praticamente da sempre si accapigliano su chi, e quando, a cavallo tra '200 e '300, ha eseguito gli affreschi nella Basilica superiore di San Francesco ad Assisi: Cimabue di sicuro, ma Giotto c'era, come vuole la tradizione, oppure no, come contestano altri che ci vedono, piuttosto, il romano Cavallini? E chi ha commissionato quelle superbe pitture? Quante domande, direte. Legittime però, poiché su quelle pareti e su quelle volte si gioca un capitolo centrale della nostra cultura figurativa, religiosa, civile. Bene, tra tanti interrogativi compare un documento che mette un punto fermo sulla datazione e colloca l'esecuzione del ciclo tutta fra il 1288 e il 1292: a dirlo è un trattatello del 1310 stilato da due francescani, Bonagrazia da Bergamo e Raimondo di Fonsac, in risposta a quell'Ubertino da Casale citato nel Nome della rosa di Umberto Eco. A essere sinceri il testo era già noto dal 1945, ma i primi a incrociarlo alla vicenda artistica sono stati due studiosi inglesi, Janet Robson e Donai Cooper, in un articolo pubblicato sulla rivista Apollo nel febbraio 2003. Articolo passato inosservato da noi, ma che Luciano Bellosi ha notato e si appresta a riprenderlo con un articolo sulla rivista Prospettiva. I due frati - spiega Bellosi - entrano nella polemica che dilaniava l'ordine del santo di Assisi: abbellire le chiese con pitture eccelse, come voleva la fazione conventuale, o avere edifici più disadorni in obbedienza rigorosa al principio di povertà francescano, come propugnava la fazione più oltranzista degli spirituali. «Per Bonagrazia e Raimondo, dei conventuali, non è vero che i francescani ornano le loro chiese con pitture troppo splendide - riporta Bellosi -tranne quella di San Francesco perché così ha voluto Nicolo IV, il primo frate dell'ordine diventato papa e rimasto sul soglio pontificio dal 1288 al 1292». Bonagrazia e Raimondo «possono solo riferirsi alla Basilica superiore. Che ha un ciclo affrescato unitario, come programma iconografico e decorativo, per quanto dipinto da artisti diversi». Bellosi aveva già ipotizzato che tutto fosse dipinto in quei quattro anni. «Ma ora abbiamo finalmente una testimonianza quasi contemporanea». Di solito, riassume, «si diceva che la decorazione è avvenuta in tempi differenziati»: alla fine degli anni '70 con Cimabue, alla fine degli anni '80 Giotto (chi ritiene ci sia stato) e di nuovo Giotto, per le storie di San Francesco, nel '96. «Chi non crede alla presenza giottesca arriva, per queste storie, addirittura intorno al 1320, come vuole la tesi di Richard Hoffner». A questa storia, Bellosi aggancia una scoperta fresca di studi: «Si ritiene che una volta andato via Cimabue non sia più tornato ad Assisi. Mi sono invece convinto del contrario dopo aver esaminato e confrontato la sua Madonna di Castelfiorentino per la mostra senese su Duccio. Dopo essere andato via e venire temporaneamente sostituito da Jacopo Toniti, romano, il maestro toscano è tornato e reintervendo in alcune scene nella stessa campata delle storie di Isacco». Le scene sono: parte della Presentazione al tempio, il San Giuseppe nel frammento rimasto della Fuga in Egitto, parte dell'andata al Calvario, la cacciata dal Paradiso terrestre e Adamo ed Eva al lavoro. «Sono sicuro, ci metto la mano sul fuoco - conclude Bellosi - E la notizia del trattatello di fatto aiuta a comprendere questo nuovo e imprevisto scenario».