L'allora ministro dei Beni culturali, Alberto Ronchey, decise di svecchiare la gestione del patrimonio artistico e aprì all'iniziativa privata. La legge 3 del 1993 ha, infatti, consentito a imprese esterne alla pubblica amministrazione di farsi avanti per organizzare i servizi di accoglienza e ristoro dei luoghi d'arte: caffetterie, biglietterie, guardaroba, ristoranti, librerie. A fare da apripista è stata la Galleria nazionale di arte moderna (Gnain) di Roma: nel '96 si aggiudicarono la gara i francesi della Reunions des musèes nationaux. Tra alti e bassi i francesi, ma non solo loro, hanno da poco gettato la spugna per i troppi problemi e gli scarsi redditi altri sono via via seguiti: oggi le gestioni private dei servizi museali sono circa 150, con un introito per lo Stato, sotto forma di royalty, di più di dieci milioni di euro. Nel 2001 il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, decide che è tempo cambiare. L'articolo 33 della legge 448 (la Finanziaria) stabilisce che i privati possono ottenere la «gestione di servizi finalizzati al miglioramento della.fruizione pubblica e della valorizzazione del patrimonio artistico (...)». Un passo oltre la Ronchey. dunque. Si accende una violenta polemica: c'è chi .prefigura gli Uffizi o il Colosseo in mano privata. A chiarire il senso della riforma dovrebbe essere un regolamento attuativo, che finora non ha, però, visto la luce, se non in forma di bozza. Il regolamento dovrebbe spiegare le modalità della concessione e i compiti dello Stato e del gestore, ma resta impantanato nelle sabbie mobili del federalismo. La riforma del Titolo V della Costituzione ha, infatti, ridistribuito le competenze tra centro e periferia e per quanto riguarda i beni culturali ha stabilito che la valorizzazione sia oggetto di legislazione concorrente: i principi li fissa Roma, le Regioni li mettono in pratica. E il Consiglio di Stato, al quale va sottoposto il regolamento sull'articolo 33, manda a dire, con pareri su altre questioni, di fare attenzione: se il ministero invade il campo regionale, rischia la bocciatura dei propri atti. Tutto si blocca. Finché non arriva il Codice dei beni culturali, che con l'articolo 115 soppianta la norma della Finanziaria, destinandola all'oblio. A.CHE.
All'inizio è stata la "Ronchey". Regolamento fantasma, vittima del federalismo
Il ministro dei Beni culturali Alberto Ronchey ha aperto la gestione del patrimonio artistico all'iniziativa privata con la legge 3 del 1993. La legge ha consentito alle imprese private di organizzare i servizi di accoglienza e ristoro dei luoghi d'arte. I francesi hanno vinto la gara per la gestione della Galleria nazionale di arte moderna di Roma nel 1996. Oggi ci sono circa 150 gestioni private dei servizi museali, con un introito per lo Stato di oltre 10 milioni di euro. Nel 2001 il ministro Giuliano Urbani ha deciso di cambiare la gestione.
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