Disposizioni in vigore dal 1 maggio - Dietrofront negli Enti locali ROMA Privati sempre più coinvolti nella gestione dell'immenso patrimonio artistico del nostro Paese. E' quanto dispone il Codice dei beni culturali che entrerà in vigore il prossimo 1 maggio. L'intenzione del ministro Giuliano Urbani è quella di garantire uno spazio all'iniziativa privata per valorizzare e promuovere monumenti e musei. Non più, quindi, solo 1' "affidamento" all'esterno dei servizi aggiuntivi, come librerie e punti di ristoro, ma dell'intero bene culturale. Questo secondo l'interpretazione del ministero stesso il senso della riforma che interesserà soprattutto i beni dello Stato e delle Regioni e che manderà "in pensione" la legge Ronchey. E c'è di più: sarà anche possibile la concessione in uso del bene oggetto di valorizzazione. Una novità che complice anche la mancata abrogazione esplicita delle norme precedenti ha lasciato finora spiazzati i concessionari dei servizi nei musei. Nei Comuni e nelle Province, invece, le gestioni autonome arretrano. La manovra Finanziaria ha infatti introdotto il divieto di assegnazione a terzi e quindi gli enti in questione sono costretti a riorganizzarsi. Nonostante la gestione autonoma si sia rivelata la scelta vincente per garantire l'efficienza e migliorare l'offerta, il Governo è stato costretto a correggere il tiro dopo una procedura di infrazione per violazione delle norme sulla concorrenza da parte della Commissione Ue. II Codice, in vigore dal primo maggio, prevede di dare in concessione l'uso dei luoghi d'arte I privati potranno gestire i musei L'obiettivo è la valorizzazione - Va in soffitta la legge Ronchey, che affidava all'esterno solo i servizi aggiuntivi 'La riforma interessa soprattutto il patrimonio statale e regionale Gli addetti ai lavori criticano la poca chiarezza della norma Gli Uffizi aperti 24 ore su 24 o il Colosseo che ospita i combattimenti tra gladiatori? Perché no. Se le esigenze di tutela lo consentono, ben vengano anche esperimenti di questo tipo. Nel nome della valorizzazione e promozione del patrimonio artistico, a cui ora possono partecipare anche i privati. Si tratta di scenari "estremi", ma resi teoricamente possibili dal nuovo Codice dei beni culturali, che diventerà operativo il primo maggio. La novità. Il Codice riesce laddove altri tentativi si erano arenati. L'articolo 115 del Testo unico dei beni culturali opera, infatti, quell'apertura ai privati nel settore della valorizzazione dei monumenti invano tentata dall'articolo 33 della Finanziaria del 2001 (si veda l'articolo sotto). Fino a oggi ci si era limitati ad affidare all'esterno sulla base della Ronchey, che ora va in pensione solo i servizi di accoglienza e ristoro dei luoghi d'arte. Con il Codice si supera l'impasse determinata dalle censure del Consiglio di Stato: viene, infatti, aggirata la necessità del regolamento attuativo dell'articolo 33, con il conforto seppure "postumo" perché arrivato a Codice già confenzionato della sentenza 2604 della Corte costituzionale. che dichiara non fondato il conflitto di competenze sollevato da alcune Regioni sullo stesso articolo 33. E così, l'intenzione del ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, di garantire maggiore spazio all'iniziativa privata nella gestione dei monumenti si traduce infine in realtà: le attività di valorizzazione del patrimonio potranno essere affidate anche all'esterno, soprattutto da parte dello Stato e delle Regioni. Ma c'è di più, ai privati potrà essere concesso «l'uso del bene culturale oggetto di valorizzazione». Quali siano i confini di questa novità non è facile dirlo. Teoricamente, accertata la compatibilitaà delle attività di valorizzazione con la tutela del bene, tutto è possibile. Anche l'apertura di un museo a ciclo continuo. A dirlo sarà il contratto di servizio, con cui verrà "appaltato" il bene. Il puzzle legislativo. Addio all'articolo 33 della Finanziaria, interamente sostituito dall'articolo 115, ma addio anche alla Ronchey, rimpiazzata dall'articolo 117 del Codice. Le due norme non sono state espressamente abrogate, perché spiegano all'ufficio legislativo del ministero non c'era bisogno, come prevede l'articolo 15 delle disposizioni preliminari al Codice civile, di una cancellazione esplicita. Con l'entrata in vigore del Testo unico dei beni culturali vanno, però, in soffitta. Dal primo maggio, pertanto, le modalità di gestione dei servizi aggiuntivi e delle attività per valorizzare i monumenti saranno unicamente quelle dettate dal Codice. I concessionari. Il nuovo assetto legislativo, complice proprio la mancanza di un'abrogazione esplicita delle vecchie norme, ha spiazzato i concessionari dei servizi museali, indecisi sulla lettura della norma e ancora sono all'oscuro dell'interpretazione che ora ne ha dato il ministero. I loro giudizi sull'articolo 115 non sono di per sé negativi, ma mettono in risalto la confusione che ha generato. «Mi sembra commenta Rosanna Cappelli, di Mondadori Electa che l'intento sia stato quello di riordinare la materia. Non la leggerei certo come una riforma della Ronchey, pure urgente da tempo». Ancora più critica verso la nebulosità della nuova normativa è Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, l'associazione che riunisce gli operatori interessati alla gestione, valorizzazione e promozione dei beni culturali. «Non riesco a capire spiega Asproni le finalità della norma. Le gestioni private dei servizi museali attraversano un momento difficile, ma non mi sembra che il Codice intervenga in modo efficace». La nuova disposizione da maggior credito ai privati? «Può darsi», risponde Albino Ruberti, direttore di Civita, l'associazione che insieme a Zètema gestisce i Musei capitolini. «La norma aggiunge Ruberti è accettabile nei principi, perché vuole sperimentare nuove forme di gestione dei beni culturali. In questo senso si potrebbe anche valutare come un passo avanti rispetto alla Ronchey, anche se è difficile capire come si tradurrà in pratica». Dubbi che sono però destinati a dissolversi: il museo potrà passare in mani private. Come, tuttavia, è ancora da vedere.