Una sintesi magistrale tra le esigenze della logistica e quelle della bellezza. Le ville venete erano capannoni industriali ante litteram e, allo stesso tempo, una sorta di «capitali della campagna». Lo afferma Guido Beltramini, direttore del Cisa- Centro Studi Andrea Palladio, anticipando i contenuti dell'incontro promosso dal centro nell'ambito del «Festival delle Città Impresa». «Siamo abituati a vedere le ville venete come dei meri luoghi di villeggiatura, quando in realtà - spiega Beltramini - nel '500 esse nascono come vere e proprie 'macchine' per l'agricoltura». Tra i più chiari esempi Villa Emo a Fanzolo di Vedelago, Villa Barbaro a Maser, Villa Badoer a Fratta Polesine, Villa Saraceno a Finale di Agugliaro. «Andrea Palladio riesce a fare di queste fattorie di campagna degli esempi di grande architettura, trasformandole - aggiunge Beltramini - in una sorta di capitali della campagna, che erano centri del potere politico locale, centri di credito informale ai quali si rivolgevano gli abitanti dei borghi circostanti e, naturalmente, centri di produzione». Il Palladio dedicava la prima fase della progettazione agli aspetti della logistica, perno per il lavoro che si svolgeva attorno alla villa. Grande spazio veniva dato ai luoghi e alle funzioni dell'agricoltura: a queste erano generalmente dedicate le ali, che con i portici contenevano gli spazi dove ricoverare i cavalli, le stalle; non mancava il fienile orientato a sud, l'orto e il brolo, ovvero un piccolo giardino interno per gli alberi da frutto. Le ville risaltavano nella campagna circostante, come una sorta di «grandi astronavi bianche con gli stemmi della famiglia in evidenza sul timpano». «Ancora per tutto il '400 il territorio veneto era selvaggio e la scommessa delle grandi famiglie veneziane, come i Grimani o i Corner, era di essere protagoniste della trasformazione di paludi e boschi in nuovi campi fertili ». Una rivalutazione del territorio divenuta centrale dopo la scoperta delle Americhe, che rese improvvisamente periferico il Mediterraneo per le grandi rotte del commercio mondiale, relegando la Serenissima in un vicolo cieco della storia e dell'economia globale. «In Lombardia una proprietà agricola poteva annoverare anche 10mila campi, mentre in Veneto ogni Villa faceva riferimento - nota Beltramini ad una proprietà di 500 o 800 campi al massimo: ecco perché nella nostra regione nascerà un tessuto di piccole e medie imprese, mentre la grande industria è sorto nell'Italia nord-occidentale». Da questa configurazione dipenderanno gli esiti dell'industrializzazione del territorio. «È questa la radice antica sottolinea il direttore del Cisa - del policentrismo e dei tanti distretti del Veneto». Tra il Veneto del Palladio e quello attuale c'é «una similitudine e una mostruosa differenza ». La somiglianza è che «oggi come allora i centri di produzione sono - afferma Beltramini - disseminati in tutto il territorio», d'altro canto però «se le Ville oltre ad essere utili e funzionali erano anche belle, lo stesso non si può dire - nota il direttore del Cisa - degli attuali luoghi di produzione». Ma non mancano le eccezioni: «Nel Veneto si trovano diverse realtà industriali architettonicamente di qualità, come la fabbrica Benetton firmata da Tobia Scarpa, la fabbrica Lowara fatta da Renzo Piano, o ancora il grande 'cubo' della Dainese». Nella propria crescita da umile scalpellino e tagliapietra a grande architetto, il Palladio rappresenta un classico «self-made man», delineando un percorso simile a quello di molti imprenditori veneti. «La grandezza dell'architetto vicentino è legata al suo essere stato uno straordinario comunicatore: Palladio è stato il primo che si rese conto che, oltre a produrre, era necessario comunicare, pubblicando in quattro libri la propria opera. Il suo nome d'arte, al pari di marchi come Diesel o a Benetton, è diventato così - conclude Beltramini - un marchio globale».