Si divertono, giocherelloni, alla Tate Modern di Londra, fra i più affollati musei d'arte contemporanea del mondo, con quasi cinque milioni di visitatori l'anno. Lì, sono i quadri che guardano il pubblico: microtelecamere per vedere l'effetto che fa (e fame un video). Come reagisce la gente davanti alle opere (anche le meno comprensibili)? Quanto vero interesse per l'artista, nell'immancabile appuntamento mondano con eventi espositivi ormai all'ordine del giorno? Un disastro. Le opere è come se non ci fossero, nel fitto cicaleccio della folla distratta ed esente da sindrome di Stendhal. Il direttore della Tate Modern, Vicente Todolì. parla di un'altra sindrome: da "blockbuster" termine già usato per grossi successi commerciali dell'industria dello spettacolo, applicato la prima volta a una mostra nel 1977, quando alla National Gallery di Washington arrivò il tesoro del faraone Tutankhamon (800.000 visitatori in quattro mesi). Quell'evento deve aver suggerito a Todolì l'immagine di un museo trasformato in obelisco. «Monumento alla morte», dice, aprendo le relazioni del convegno internazionale su "Arte e cultura negli anni Novanta" (sottotitolo: "Dalla fine del Muro all'Undici Settembre"), organizzato a Roma dalla Quadriennale, il cui presidente, Gino Agnese, avverte che «il pericolo è che la creatività, per essere riconosciuta e accolta, compiaccia il sistema museale». Vicente Todolì. già collaboratore della Biennale di Venezia prima di assumere la guida del Tate Modern fin dall'apertura (maggio 2002), considera i musei «nuove mète di pellegrinaggio, santuari del turismo culturale». E cita un esempio paradossale. Al Prado c'è stata una Mostra Evento di Velazquez, con opere già esposte quasi tutte, in permanenza, nello stesso museo di Madrid. Le mostre "acchiappaturisti", nel vortice di quella che Todolì chiama "exhibition industry" (traducibile come "mostrismo"), si nutrono del «senso di urgenza e di privilegio» di chi - la folla omologata dalle mode - si vanterà di aver visto un «evento irripetibile». Oggi più che mai. insomma, soffia sull'arte il venticello che la copre di business, con l'alibi della cultura. «E' diventata un'esca per pescare un pubblico sempre più abbondante, e si programmano mostre solo in vista del successo, come la televisione a caccia di audience», insiste il direttore del Tate Modem, scorgendone un sintomo anche nel proliferare delle biennali d'arte. Sul modello veneziano (dal 1895), se ne aprono persino negli Emirati Arabi Uniti (a Sharjah). in Corea, a Johannesburg, a Tirana (dal 2001 ) e a Praga (l'anno scorso). Un altro inglese, Edward Lucie-Smith. poeta oltre che storico dell'arte, incaricato di allestire una mostra-evento ad Atene per le Olimpiadi, vede invece una «catarsi emotiva» nella smania artistica che muove folle da stadio e osserva che il museo diventa addirittura un "marchio di fabbrica". Fa l'esempio del Guggenheim: dopo Bilbao, Berlino e Las Vegas. sta per sbarcare a Shangai. «Negli ultimi vent'anni si è fatto scempio dell'arte, tanto da chiamarla "produzione". E' una bestemmia!», tuona il pittore Nicola De Maria, protagonista della transavanguardia. La pensa come lui il gallerista Enzo Cannaviello, già presidente dell'Associazione gallerie d'arte moderna, intervenuto insieme con (fra gli altri) Renato Barilli, Mauro Bortolotti. Renato Minore, Marcello Veneziani. «Se c'è una crescita del mercato, è solo quantitativa, prevale il sensazionalismo», lamenta il "mercante", su piazza a Milano e Berlino. Proprio a Milano circola una battutaccia. Giace al Museo del Castello, negletta e sconsolata, la Pietà Rondanini. Se si dicesse che viene dall'Ermitage, accorrerebbe più gente?