L' accordo tra il governo e le regioni in materia di attività edilizia ha raccolto sinora ampie adesioni. Opportunamente il primo, che del federalismo ha fatto la sua bandiera, ha cambiato strategia. E ha cercato il confronto con chi ha in mano le sorti del governo del territorio. Restano, tuttavia, sul tappeto alcuni interrogativi in attesa di risposta. In primo luogo, sussiste il dubbio che il ricorso al decreto-legge, annunciato come prossimo da Berlusconi, continui ad essere, anche dopo l'accordo raggiunto con le regioni, uno strumento costituzionalmente esorbitante. Né si capisce perché, se sussiste un consenso generale sul suo contenuto, il Governo voglia ricorrere ad uno strumento che avrebbe l'effetto di comprimere il dibattito istituzionale su questioni che, invece, meriterebbero per la loro importanza il massimo confronto tra le forze parlamentari. Passando ai contenuti dell'accordo, sono molte le finalità pubbliche che il testo si prefigge di conseguire: rilancio dell'economia, qualità architettonica, risparmio energetico e sostenibilità ambientale. Di queste è solo la prima ad avere una chiara ed evidente riconoscibilità nelle dichiarazioni rilasciate da fonte governativa. Le altre paiono obiettivi complementari ed eventuali. Del resto, come pensare che proprio l'aumento di volumetria possa da sola accrescere la qualità architettonica di tipologie di edifici spesso additate come le principali responsabili della mediocre qualità urbanistica? È poi sicuramente apprezzabile che l'accordo vieti gli interventi di aumento delle volumetria nei centri storici e nelle aree naturali protette. Meno comprensibile, invece, risulta che lo stesso divieto non sia esteso alle aree paesaggistiche e si lasci alle regioni una sostanziale potestà di scelta. Usciamo dall'equivoco: non si tratta certo di rivendicare la competenza dello Stato in materia, quanto di capire perché su un tema socialmente tanto sensibile quale la disciplina paesaggistica si mandi un segnale contraddittorio che lascerà le regioni meno virtuose nella tutela del loro territorio in balìa di interessi che con quella tutela niente hanno a che fare. In secondo luogo, l'accordo trascura che molte regioni, tra cui la Toscana, sono da tempo impegnate in un lungo e faticoso processo di adeguamento della loro disciplina in materia di pianificazione territoriale ai principi contenuti nel Codice dei beni culturali e del paesaggio. Quale effetto avrà, dunque, un provvedimento normativo che nella sostanza si preannuncia come un provvedimento di deroga delle discipline territoriali. Il testo dell'accordo lascia in sospeso anche altri problemi. Si pensi, ad esempio, alla durata della disciplina delle future leggi regionali che il testo dell'accordo limita a 18 mesi. E dopo si assisterà al repechâge delle vecchie discipline, si ricorrerà ad un altro decreto o a che altro? Ma è sul fronte amministrativo che sorgono ulteriori e gravi difficoltà. Nel provvedimento, infatti, non sono menzionati proprio quegli attori pubblici che, invece, saranno necessariamente chiamati a svolgere la parte di protagonisti: le amministrazioni locali. Proprio ai Comuni spetterà in ogni caso il censimento ed il controllo di tutti gli interventi realizzati su tutte le aree interessate. Tutto questo con quali risorse e mezzi? Se a ciò si aggiungono i compiti attribuiti alle Soprintendenze, le cui croniche carenze organizzative sono continuamente alla ribalta della cronaca nazionale, restano forti i motivi di perplessità che il testo del prossimo decreto-legge è chiamato a superare anche sul fronte amministrativo. Ed anche qui l'apporto delle amministrazioni regionali si preannuncia fondamentale. Ordinario di Diritto amministrativo Università di Firenze
TOSCANA - Un accordo molte domande
Il governo e le regioni hanno raggiunto un accordo sull'attività edilizia, che ha ricevuto ampie adesioni. Tuttavia, ci sono ancora molte domande aperte. Il governo ha annunciato di ricorrere al decreto-legge, che potrebbe essere costituzionalmente esorbitante. L'accordo prevede finalità pubbliche come il rilancio dell'economia, la qualità architettonica, il risparmio energetico e la sostenibilità ambientale. Tuttavia, non è chiaro come queste finalità saranno raggiunte. L'accordo vieta gli interventi di aumento delle volumetria nei centri storici e nelle aree naturali protette, ma lascia aperte le aree paesaggistiche e consente alle regioni di scegliere.
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