CARO DIRETTORE, finalmente è stato ricordato in grande stile, come si conviene a un grande filosofo, Giovanni Gentile, ucciso 60 anni fa. Ma io vorrei ora parlare di un assassinio legato a Gentile, e altrettanto ignominioso: quella dell'Accademia d'Italia di cui Gentile fu presidente caduto sul campo insieme con l'istituzione culturale, che non sopravvisse al fascismo. L'abolizione dell'Accademia d'Italia fu il classico caso del bambino gettato via con l'acqua sporca. Era un'istituzione importante che dava lustro all'Italia e che riconosceva a una nazione culturale come è l'Italia, la centralità della creatività intellettuale, artistica, scientifica e umanistica. La legge Bacchelli che aiuta gli uomini di cultura in difficoltà è solo parente povera - a volte un po' menagrama -, dell'Accademia d'Italia. Sopravvive solo l'aspetto assistenziale. So che non si addice ai nostri tempi piccini e allo scetticismo pervadente ma io ci provo lo stesso: perché non ripristinare l'Accademia d'Italia dove raccogliere le più grandi personalità della cultura italiana? Conosco e prevengo tutte le obiezioni: ma dove sono i grandi d'Italia, con che criteri verranno selezionati, saremo alla lottizzazione dei cervelli, assegnati per aree politiche, no al minculpop e alla cultura di Stato. In tutte le argomentazioni c'è un po' di ragione. Però io vorrei ricordare che innanzitutto l'Accademia è un'istituzione che ha una nobile tradizione europea e segnatamente francese, oltreché spagnola e britannica, e che non può identificarsi con un regime. Poi vorrei aggiungere che non si tratta di reinventarsi nessun minculpop, perché il libero riconoscimento delle eccellenze culturali del nostro paese non presuppone nessun allineamento ideologico, nessun obbligo di appartenenza e di iscrizione a nulla. È giusto che la cooptazione avvenga con criteri garantiti e culturali, non politici o partitici. E poi, quanto a asservimento non c'è bisogno dell'Accademia. Nessuno può pensare che i beni culturali, archeologici, artistici e ambientali, possano sopravvivere lasciati a se stessi. Perché allora pensare che artisti, poeti e libere intelligenze possano sopravvivere senza compromettersi con qualcuno o senza compromettere la loro libera creatività? Carmina non dant panem; meglio un'Accademia piuttosto che sponsor privati. Naturalmente non si tratta di adottare in massa i poeti per autocertificazione che, come si sa, sono milioni. Un'istituzione del genere può essere preziosa per varie ragioni: per valorizzare la cultura italiana e l'identità nazionale, per consentire un fecondo interscambio di saperi e discipline diverse; per sostenere artisti, creativi, cani sciolti e geniacci in difficoltà e la loro circolazione fuori d'Italia. Ma non attraverso un sistema previdenziale, bensì attraverso un progetto compiuto. Dunque non un'assistenza ma un investimento strategico. Perché allora non far rinascere un'Accademia d'Italia, una specie di senato delle eccellenze per un centinaio di grandi personalità che illustrano il nostro paese? Fummo la culla del Rinascimento e i beni culturali del mondo per due terzi sono in casa nostra. Ma senza il mecenatismo ci sarebbe stato poco o nulla. Capisco e condivido tutte le perplessità sullo "stato culturale", secondo un saggio acuto di Marc Fumaroli, ho tutti i dubbi sui criteri di selezione e di finanziamento, la lottizzazione per bande, le sofferenze per gli esclusi e per gli intrusi. Ma il gioco vale la candela. In questo mostriciattolo d'Italia piccola piccola, senza respiro, serve una boccata d'aria buona e un po' di grandezza. C'è qualcuno dal Quirinale in giù che voglia ingaggiare, senza scioperi della fame, questa giusta battaglia? Serve il coraggio di pensare in grande. Appoggio con forza la tua proposta. Non ci si deve più vergognare di avere una cultura ufficiale "alta" che poi di ufficiale non avrebbe che l'essere sovvenzionata dallo Stato e di rappresentarlo al meglio nella sua parte migliore che è quella di produrre e sostenere artisti e scienziati. CBG