Al quesito lanciato ieri a Roma dai lavori del convegno della Quadriennale d'arte - come è cambiato il volto della creatività negli anni Novanta? - ha risposto in blocco il mondo dell'arte, dagli artisti, ai galleristi, dagli storici ai critici. E lo hanno fatto fornendo ulteriori spunti di riflessione e di preoccupazione. Non è tutto oro quello che riluce, recita un vecchio adagio; e in effetti, tutti hanno ben chiarito che, se l'effervescenza di «eventi» culturali legati all'arte è stato il tratto dominante di questi anni, assieme alla crescita esponenziale di musei e gallerie, tutto ciò non è indizio di buona salute dell'arte. Tutt'altro. D presidente della Quadriennale Gino Agnese, in apertura dei lavori, ha fornito le coordinate interpretative degli Anni Novanta, strozzati tra la «forbice» della caduta del Muro di Berlino e la caduta delle Torri Gemelle di New York: eventi epocali e traumatici tra i quali - ha spiegato Agnese - vanno annoverate le «rivoluzioni» di Internet e della telefonia cellulare, determinanti nel mutamento sostanziale subito dai processi comunicativi. L'arte di questi anni è stata certamente proiezione della rivoluzione tecnologica ma tutto questo non ha portato all'innalzamento qualitativo delle arti. La testimonianza di Enzo Cannaviello, gallerista, suona come una sferzata: il «mito» della mostra- evento, con la gente in coda fuori dai musei, ha prodotto un sensazionalismo fine a se stesso. L'evento artistico è stato equiparato a un qualsiasi altro segmento di mercato e di show-business, «E già il semplice fatto che da un po' di tempo si definiscano produzione artistica le opere della creatività» la dice lunga sulla commercializzazione dell'estetica contemporanea «La popolarizzazione di un settore - ha affermato Todolì, direttore della Tate Modern - considerato tradizionalmente elitario come quello dell'arte lo ha modificato in maniera significativa. Da questa nuova realtà è sorta quella che alcuni chiamano "Exhibition Industry", che ha un grande impatto sull'economia soprattutto nel settore del turismo e dei servizi. I musei progettati da architetti celebri, le mostre che sbancano i botteghini e le biennali sono diventate nuove mete di pellegrinaggio e nuovi santuari del turismo culturale». «Negli anni '90 - ha ribadito lo storico dell'arte Edward Lucie-Smith -si è inoltre affermata l'idea che il museo possa essere qualcosa di più di un luogo: può diventare un marchio di fabbrica. Tutto ciò mi spinge ad una riflessione sulla costante associazione che lega l'arte contemporanea allo shock che alimenta la pubblicità, che a sua volta attira i visitatori. Insomma, l'arte è stata svilita e snaturata, ha detto l'artista Nicola De Maria, che ha sottolineato che l'arte andrebbe ricondotta al momento più misterioso della creazione e in quanto tale «parla a una sola persona per volta». Ha ribadito questo concetto, questo ritorno a un rapporto più intimo, quasi «classico» con l'opera d'arte la gallerista Uà Rumina II risultato più macroscopico di questa decadenza il critico d'arte Marco Vallerà l'ha sintetizzato nel paradosso di un'arte moderna che nasce già vecchia e di un'arte del passato ancora viva Una riflessione che parte dalla Quadriennale e della quale non potranno non tener conto tutti gli operatori del settore.