No all'arte come spettacolo, alle mostre che sono solo eventi, al «mostrismo», insomma. E no al conformismo per cui tutto ciò che viene proposto è per forza di cose bello a prescindere dall'effettivo valore dell'artista e del suo lavoro. Doveva essere una giornata di studi sul tema «Arte e cultura negli anni Novanta», e invece il convegno di ieri alla Quadriennale ha saputo suscitare non solo riflessioni e analisi, ma anche un richiamo alle ragioni dell'arte e un appello a fare giustizia di tanti luoghi comuni. Una tavola rotonda su «Le arti visive, linguaggi, critica e mercato» è stata inoltre l'occasione per parlare fuori dai denti, con una partecipazione molto polemica del critico Marco Vallora («Non basta essere omosessuale e antillese per essere un artista» ha tra l'altro affermato) e di Nicola De Maria («L'arte è trascendenza, siamo sottoposti alla dittatura della sociologia»), autore del bellissimo mosaico nella stazione della metropolitana di piazza Dante a Napoli, oltre che dei galleristi Lia Rumina (che ha lamentato la mancanza di dialogo traistituzioni e operatori privati) Enzo Cannaviello, Luigi Ficacci e Marco Verzotti. Particolarmente preso di mira, da quasi tutti, Maurizio Cattelan che con le sue provocazioni raggiunge quotazioni stellari in tutto il mondo. Da tutti i convenuti è stato affermato che bisognerebbe smetterla con il diffuso andazzo che porta a considerare i musei come la tv mirati solo ad accaparrarsi l'audience, a mostre "blockbuster", alla ricerca continua di spettacolarità. Ne hanno parlato in maniera particolareggiata Vicente Todolì, direttore della Tate Modern di Londra, che è il museo di arte contemporanea più visitato del mondo, ed Edward Lucie-Smith, tra i maggiori studiosi e critici d'arte inglesi, dopo l'introduzione di Gino Agnese, presidente della Quadriennale, che ha messo in evidenza la necessità di una riflessione «su cosa sia cambiato nel modo di fare arte, e di fruirla, dalla caduta del Muro di Berlino all'11 settembre, e cioè nell'arco di tempo compreso tra due eventi di portata epocale. In mezzo Internet e la telefonia cellulare, che hanno amplificato il modo di esprimersi, sui cui effetti però non ci si sta interrogando abbastanza». Su questo aspetto del problema nel pomeriggio è intervenuto Riccardo Notte, che insegna Antropologia culturale a Brera, dopo le interessanti relazioni di Renato Barilli, Stefano Zecchi, Marcelle Veneziani, Maurizio Cabona, Marco Belpoliti, Deyan Sudjic. Ma torniamo a Todolì: «Sono sorti ovunque musei - ha detto il direttore della Tate Modern - dove però non si sa cosa mettere, è l'edificio stesso che diventa monumento, le persone corrono a vedere quello (si pensi al Guggenheim di Bilbao) e si presta poca attenzione al contenuto o all'attività artistica, trasformando il museo in un obelisco, in un monumento alla morte». Vicente Todolì già guarda al futuro immediato, o meglio al presente: iI direttore della Tate Modern ha sciolto la riserva, e farà parte del comitato scientifico del Museo d'arte contemporanea di Napoli che sorgerà come è noto a Palazzo Donnaregina: «Sono entusiasta di questo incarico ha detto Todolì, che sarà oggi a Napoli - sono rimasto molto impressionato, e favorevolmente, dalla mia visita a piazza del Plebiscito il giorno dell'inaugurazione della "Spirale" di Richard Serra: Napoli è una città che comunica molte sensazioni, una grande bellezza monumentale non fine a se stessa, non un decorato teatrale, ma con una grande interazione con il vissuto. Mi piace l'atmosfera che si respira in città, ne conosco la creatività, mi piace l'indirizzo che le istituzioni hanno dato all'aspetto artistico. E poi io sono di Valencia, tra la mia città e Napoli i contatti sono sempre stati fecondi nel campo dell'arte, ricordo che valenciani erano Ribera, lo "spagnoletto", e Ribalta, molto attivi a Napoli tanto che molti li considerano più napoletani che spagnoli...». Idee per il nuovo Museo? Cosa esporre, quali criteri? E, come chiedono molti, ci sarà posto anche per Terrae Motus, e per il Novecento? «Non posso rispondere perché penso che prima devo vedere e poi posso cominciare a dire quello che penso, fermo restando che non sono Li direttore ma un membro del comitato scientifico. Voglio vedere il luogo, la realtà del luogo: posso dire che non ci sono formule che vadano bene dappertutto, ognuno ne ha una diversa, personale, io vengo senza idee preconcette. Ecco, posso dire che i musei non sono Me Donald's e che quando penso ad un museo io lo vedo con un piede ancorato nella realtà, nella storia del luogo, e l'altro che si muove come un radar, che si guarda attorno e da segni di vita».