Crisi Cultura La recessione come motivo di svolta: pubblico sempre attento Ritocchi, tagli, sforbiciate: la cultura è abituata a convivere con la difficoltà e, come dice il proverbio, di conseguenza aguzza sempre di più l'ingegno. Finora tuttavia ha dovuto convivere anche con categorie particolari quali l'assistenzialismo e il clientelismo: l'uno fenomeno relativamente recente che alimenta velleità a sfondo sociale, l'altro legato a consorterie e personalismi, ed entrambi ovviamente contrapposti a ogni richiamo alla professionalità e a quella managerialità con la quale, sposata ai termini efficienza ed efficacia, anche i più desueti e ruderali operatori culturali di ente pubblico hanno dovuto fare i conti in questi ultimi anni. Ma come direbbero alcuni saggi, anche la crisi economica ha i suoi lati positivi: taglia i rami morti, ottimizza le risorse, evidenzia i punti deboli e quindi rinsalda i principi fondamentali, e in materia di beni culturali si auspica possa favorire un processo di chiarificazione degli obiettivi comuni e di concentrazione dei mezzi e delle sempre più esigue risorse per raggiungerli. In poche parole: elaborare un progetto culturale che investa il territorio e concentri le risorse in un'ottica di sistema. L'alternativa del resto è un ulteriore ma accelerato processo di degrado, e lo scenario che si profila sul nostro territorio è facile immaginarselo: contributi a pioggia, magari ad associazioni che nemmeno fanno richiesta ai competenti uffici regionali, spesso associazioni autoreferenziali e magari senza soci; edifici storici restaurati grazie alla ricostruzione del post-terremoto e gestiti da piccoli comuni, passati al rango di sedi museali in quanto ospitanti sconclusionate ed eterogenee raccolte d'arte varia, semi chiuse e disperse nel territorio; mostre idrovore di risorse pubbliche che proliferano come funghi, improvvisate ed effimere anche quanto a contenuti, e, per completare il quadro, giovani laureati delle nostre facoltà sempre più disoccupati, turisti infuriati davanti a porte sbarrate, un patrimonio per la gran parte non fruibile al pubblico. La situazione del resto nella nostra regione è oggi questa: ogni città e paese vuole il proprio museo, la propria mostra, il proprio festival, e l'uno si sovrappone allegramente all'altro, addirittura entrando in competizione tra enti all'interno della stessa città; nel frattempo, si esperimentano nuovi giocattoli, e le risorse continuano ad affluire alle mostre-evento, in quanto l'intervento pubblico è certo più disponibile a favorire l'effimero e spesso l'importato che faticare e misurarsi con la riforma delle istituzioni culturali esistenti, in primis i musei. Infatti le istituzioni museali nella nostra regione battono tutti i record italiani per carenza legislativa: la Regione non promulga infatti nulla di sostanziale in materia praticamente dal 1976, dalla ormai storica legge n. 60, e nemmeno si aggiorna agli atti di indirizzo sui criteri tecnico scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei emanati con decreto ministeriale nel 2001. Musei dunque che operano ognuno per sé, in balia dei velleitarismi degli assessorati locali di turno, pur gestendo un patrimonio spesso di rilievo nazionale e comunque costituendo per tutto il sistema del turismo un punto fermo di riferimento: da noi infatti la carta delle professioni museali è ben lontana da ogni standard applicativo, e le direzioni scientifiche quando ci sono, sono a rischio di estinzione. Musei che non fanno sistema e che quindi non sono messi nelle condizioni di servire al meglio la comunità gestendo insieme servizi, comunicazione, ricerche, progetti, didattica, e se lo fanno, magari solo a livello di comuni intenti di studio e di ricerca, è solo per ovvie a individualissime istanze delle loro direzioni scientifiche. Se i musei della nostra regione, dunque, attendono ancora di essere messi nelle condizioni di fare sistema e quindi di proporre anche a livello di turismo culturale un unico pacchetto di offerte, non stanno meglio i beni artistici gestiti dallo Stato in Friuli Venezia Giulia: drastico cade il taglio da Roma sugli archivi e sui beni librari e resta vuota drammaticamente la casella dedicata all'architettura e all'arte contemporanea. Anche in questo caso una riflessione sul ruolo dell'intero e complesso patrimonio culturale della nostra regione, inteso come un unico sistema di offerta di cultura, e di vera identità, si impone ai fini di un' attenta ed equilibrata distribuzione delle risorse, per non disperdersi nel nulla. Quanto al pubblico, e quindi alla richiesta di cultura, la crisi non allontana né distoglie dalla fuizione dei beni culturali: infatti gli ingressi ai musei e alle mostre, anche nella nostra regione, sostanzialmente non segnalano flessioni, e l'interesse per tutto ciò che è occasione di nuove conoscenze in materia, è in decisa crescita. La conferma arriva in diretta dalle giornate di primavera del Fai, che durante il fine settimana hanno mobilitato un vero esercito di volontari e un pubblico attento e curioso, nonostante la pioggia battente, sempre più appassionatamente partecipe e numeroso: e non solo per seguire, come nel caso di Cividale, itinerari longobardi che spaziano dal Museo Archeologico al monastero di Santa Maria in Valle, ma anche per inerpicarsi tra le nevi fino a Camporosso, nella chiesetta di Santa Dorotea, o entrare, in quel di Udine, al Cinema Odeon progettato da Ettore Gilberti nel 1935, chiuso da tempo e in attesa di restauro, per immergersi negli alti valori dell'architettura del primo razionalismo. Un ulteriore segnale che i beni culturali sono un valore assoluto, e che la loro corretta gestione, di fronte alla crisi, impone l'urgenza di scegliere e decidere per farne una vera occasione di svolta e di rinascita.