TORINO In un libro i segreti dei predatori dell'arte perduta. C'erano 17 mila reperti, sparsi in magazzini segreti tra Londra, Ginevra, New York. Quasi un museo, da 165 milioni di euro. Statue, sarcofagi, vasi. Tutto meraviglioso. Tutto illegale. Dopo armi di indagini, segreti abcordi tra l'allora ministro Rutelli e il collega inglese, i carabinieri del Comando per la tutela del patrimonio culturale sono riusciti nel 2007 a sbirciare nel sancta sanctorum di Robin Symes, uno dei massimi trafficanti d'archeologia. Fornitore di collezionisti bramosi di bellezza e musei famosi, come il Getty. Dopo decenni di mercimoni, è fuori dal giro, è finito in. galera, ha anche restituito capolavori al nostro Paese. E come lui, in questi ultimi tempi, altri celebri boss in Italia e all'estero, sono stati neutralizzati dalla Legge. Ma il mercato clandestino dell' arte è andato avanti per quasi quarant'anni, spogliando il nostro sottosuolo e i fondali di un milione di capolavori. Una vicenda che intreccia traffici internazionali, Indiana jones caserecci, miliardari folli, raccontata da Fabio Isman, inviato del «Messaggero», nel libro « I predatori dell'arte perduta» (edito da Skira), che si legge come un giallo, e al contempo come malinconica tragedia del bel paese. Il giro d'affari è immenso. Intorno a 6 miliardi di dollari l'anno. Forse un po' meno redditizio della droga, ma sicuramente meno rischioso, perché nessun cane è in grado di fiutare un affresco pompeiano, e perché le meraviglie del passsato transitano per per canali riservati, segreti, protetti. Con margini di guadagni eccezionali. Giusto per fare un esempio l'Afrodite di Morgantina era stata pagata 400 mila dollari a chi l'aveva scavata e rivenduta al Museo Getty per 18 milioni. Ai vertici del business ci sono poche decine di trafficanti. Capaci di essere raffinati come archeologi e spregiudicati come pusher. La polizia li conosce. Ma è difficile incastrarli, perché l'omertà è immensa e le leggi internazionali deboli. Si muovono come 007 tra isole greche, medioriente, nuovi eldoradi di ricchezza nell' Est europeo, abilissimi nel «ripulire» la refurtiva con aste è compravendita di prestanomi, e capaci di calicellare ogni traccia. Le opere rubate finiscono nei maggiori.musei del mondo. Perché in passato là sensibilità dei curatori sulla provenienza dei tesori era scarsina. La maggior parte del bottino si perde per nelle collezioni di magnati malati di bellezza, disposti a spendere foffie e a chiudere gli occhi sull' origine illecita. A quel punto per i capolavdri è finita, scompaiono nei caveau. Solo se c'è un fallimento o una lite d'eredi tornano ad essere patrimonio dell'umanità. Piacciono moltissimo anche alle banche, che accettano volentieri statue greche o crateri etruschi come garanzia per prealiti. O entrano addirittura nei fondi pensione: nel 76 il sindacato dei ferrovieri acquist una statua da Symes. L'ultimo vertice del gigantesco saccheggio è costituito dai tombaroli. Isman racconta biografie di questi predatori dell'arte perduta. Nessuno pare un Harrison Ford. Non hanno accesso ai grandi musei nè alle ville miliardarie, ma per quarant'anni hanno rimpinguato magri stipendi e pensioni d'invalidità e straendo di frodo milioni di pezzi da buttare nel mercato nero. C'è chi ha staccato a picconate affreschi pompelani sènza andar troppo per il sottile, preoccupandosi solo di fare iif fretta, e chi invece studiava piatiimetrie e restaurava i maltolti reperti, - come un appassionato bricoleur. Andavano nei luoghi giusti, in tre su una Vespa. sperando di fare il colpaccio. Talvolta frantumavano di proposito il dapolavoro perché se un museo possedeva un pezzo di vaso o di statua era disposto a pagare fortune per ricomporlo. «Oltre ai soldi, cercare, scavare, imparare uil è sempre piaciuto - confessa uno di loro -. Per non sono Indiana Jones, solo uno meticoloso, ordinato, del tutto onesto». Onesto? - Chiede Fabio Isman - «scavare è reato per la legge, ma non per chiunque viva qui».