La questione non può esserre risolta come propone Baricco, chiudendo i rubinetti dei finanziamenti Pubblichiamo l'intervento di Cesare De Michelis che appare su «Nordest Europa Cultura », in edicola in questi giorni in abbinata al periodico «Nordest Europa» (8 euro le due riviste) La questione della «politica culturale» ha toccato il fondo, scartati i distinguo, le linee, i valori, ora siamo di fronte all'estrema domanda: chi deve pagare? oppure, con maggior concretezza, quanti soldi le destina lo Stato? A questo livello puramente monetario non c'è discussione che tenga, non c'è ideologia che resista, c'è solo il bisogno, la fame, l'astinenza e le sue inevitabili crisi. C'è chi si affida alla comparazione europea: in Italia alla cultura si destina una percentuale delle risorse pubbliche più bassa che in Francia, ma i confronti di questo tipo non tengono mai conto di tutte le variabili che li inficiano - il debito pubblico, la spesa degli Enti Locali o di altri organismi pubblici ecc. I soldi, dunque, sono pochi, pochissimi, e soprattutto sono «di meno», qualsiasi sia il termine di paragone prescelto e quindi non resta che lamentarsi e protestare, non resta che chiedere, suscitando compassione e pietà. Non solo non si discute più, ma neppure ci si avventura a disegnare nuovi scenari, risultato di riforme possibili e impossibili; quel che conta sono i soldi, soltanto i soldi, tutt'al più le «risorse», che oltre che economiche possono essere «umane», gli stipendi cioè. Il ministro Bondi, che governa dopo i tagli del trenta per cento decisi dalla finanziaria e non si è battuto abbastanza per riconquistare il denaro perduto, diventa il bersaglio di tutti i benpensanti, che le riforme non solo non le hanno fatte, ma neppure pensate, i quali visto che non si può più spendere si dimettono fieri per tornare all'Università, dove di soldi ce ne sono sempre pochi, ma sprechi persino di più. Se fosse tutto qui si potrebbe davvero disinteressarsi della «politica culturale», ma dietro a questo fiume di parole e di lacrime, di polemiche e di dimissioni, c'è, straordinariamente refrattario a qualsiasi forma di buon governo, il patrimonio più grande e ricco di cui disponga il Paese, e così tocca ricominciare da capo, senza arrendersi. Abbiamo vissuto una lunga fase storica, che ha coinciso con larga parte della seconda metà del Novecento, quella per intendersi «democratica e antifascista», considerando il mercato uno strumento non solo imperfetto, ma persino malevolo di governo degli scambi, esso era insopportabile al comunismo, ma inviso anche a socialisti, socialdemocratici e democristiani, i quali tutti agirono per sottrarre allo stesso la più parte dei beni e dei servizi destinati alla gente, dalla scuola alla sanità, dai trasporti all'energia, dalle telecomunicazioni allo spettacolo, dai musei alla televisione. Ne venne fuori un sistema paradossale che mescolava senza pudore statalismo e benessere, producendo, com'era inevitabile, il maggior debito pubblico d'Europa e forse del mondo. Quando l'anomalia italiana, caduto il muro di Berlino, venne definitivamente meno e l'Unione Europea pretese di omologare la penisola al resto del continente, il mercato riconquistò progressivamente credito e forza, persino accresciuti dalla globalizzazione che non aveva altra regola. Allora gattopardescamente si cercò di far finta di cambiare lasciando le cose esattamente com'erano, a parole si chiedeva più mercato, nei fatti continuavano a correre contributi, sovvenzioni, finanziamenti, solo gli enti si trasformarono - nel senso proprio del «trasformismo » - in fondazioni «senza patrimonio», che attinsero risorse non solo allo Stato, ma anche alle Regioni, agli Enti Locali, alle Camere di Commercio, alle Fondazioni bancarie. Ora anche questi espedienti nel mezzo di una travolgente crisi finanziaria universale si sono inceppati e il confronto col mercato diventa definitivamente ineludibile: o il cine o la cena, quindi inevitabilmente la cena. Ma davvero, come suggerisce Alessandro Baricco, la questione va risolta chiudendo il rubinetto e pensando soltanto alla scuola? davvero, cioè, siamo al punto del «si salvi chi può»? non c'è spazio per una transizione meno tragica e devastante a un nuovo sistema? davvero possiamo mandare in malora un patrimonio di arte, cultura e civiltà che non ha uguali al mondo? È evidente che no, e tocca, dunque, impegnarsi per cambiare le cose, salvando i beni che sono giunti attraverso i secoli fino a noi. Far meglio oggi è possibile, forse non è neppure difficile e, quindi, ministro Bondi la smetta di lamentarsi anche lei e avvii quel profondo processo riformatore di cui c'è bisogno da tempo, che rimetta al centro il mercato e distingua nettamente tutela e fruizione, invenzione e consumo, così come accade in molte parti del mondo. Appello al ministro Bondi: non serve lamentarsi, bisogna avviare un processo riformatore dell'intero sistema