MILANO «La cultura funziona al contrario degli altri mercati: qui è l'offerta a stimolare la domanda. Perciò più mostre ci sono, più dovrebbe aumentare l'interesse del pubblico verso l'arte». Philippe Daverio, critico d'arte, professore universitario, già assessore alla Cultura a Milano, di bellezza e divulgazione se ne intende, visto che sul tema conduce anche una trasmissione tv. Dunque giudica positivamente la presenza di così tante mostre? «Sostanzialmente sì. Perché significa che c'è la volontà di farle, queste mostre. Forse gli assessori regionali potrebbero cercare un maggior coordinamento. Palazzo Reale, come altri spazi espositivi, sembra un contenitore che si carica e poi si scarica». Ma c'è un pubblico sufficientemente vasto per tutte queste esposizioni? «Penso di sì. Solo che in Italia a questo pubblico non viene data una risposta istituzionale, attraverso i musei, ma una risposta effimera, attraverso le mostre. Meglio di niente, comunque». Sta dicendo che in Italia non ci sono abbastanza musei? «Se pensiamo che in Germania ce n'è uno in ogni città, no, direi che siamo carenti, soprattutto per quanto riguarda l'arte del XIX e del XX secolo». Ma come giudica la qualità delle mostre allestite? «Bisogna distinguere. Alcune esposizioni, come credo quelle che si faranno a Bre-scia, sono più che altro operazioni commerciali. Attenzione, non vorrei essere frainteso; vanno bene, rispondono a un bisogno nazionalpopolare che altrimenti resterebbe inevaso, e cioè quello che tutti, almeno una volta nella loro vita, vogliono vedere gli impressionisti. Ed è un servizio utile, visto l'analfabetismo visivo degli italiani. Ma, d'altra parte, queste come altre mostre non fanno fare un passo avanti nella ricerca scientifica. Hanno titoli che sembrano autostrade, da casello a casello: che so, da Mo-net a Picasso, da Leonardo a Caravaggio. Non generano una crescita di coscienza artistica, non migliorano il pubblico e non aumentano il peso internazionale dell'Italia. Mi ricordo la prima grande mostra sul simbolismo organizzata a Torino negli anni '60: fu un evento che cambiò l'ottica con cui si guardava l'arte». Oggi non ce n'è nessuna che riesce in quest'impresa? «Qualcuna c'è: quella dell'"Età di Rubens" a Genova. O le due di Palazzo Reale, sull'arte giapponese e la civiltà persiana: forse sono un po' criptiche, servirebbe un aiuto didattico, ma qui torniamo alle carenze istituzionali». Come spiega il successo di pubblico delle mostre? «Avevamo pensato che il virtuale ci dovesse bastare, scopriamo che il reale ha una potenza infinitamente maggiore. Insomma, per vedere le miniature persiane l'unico modo è posarci sopra gli occhi. E poi è più facile che siano portati all'arte gli italiani, con la storia che hanno, che non i cittadini del Midwest americano, no?».
Nella cultura è l'offerta che stimola la domanda
Philippe Daverio, critico d'arte e professore universitario, giudica positivamente la presenza di tante mostre a Milano, che significa volontà di farle. Tuttavia, sostiene che queste mostre non sono sufficienti a stimolare la domanda di arte e che gli spazi espositivi come Palazzo Reale si caricano e poi si scaricano. Daverio pensa che in Italia non ci siano abbastanza musei, soprattutto per l'arte del XIX e del XX secolo. Critica le mostre che sono più che altro operazioni commerciali e che non generano una crescienza della ricerca scientifica.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo