Ci rivolgiamo al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, ai Ministri, ai Presidenti delle Regioni, ai Presidenti delle Province italiane. Sono talmente tanti i commenti che vorremmo fare alla prima bozza del «piano casa » da indurci, oggi, a sceglierne soltanto uno per affidargli però tutto il senso di angoscia che una tale proposta, pur nella piena consapevolezza delle drammatiche difficoltà economiche del Paese, genera nel cuore di moltissimi italiani oltreché in quello di tutte quelle associazioni, dal Wwf a Italia Nostra a Legambiente, che in questi giorni stanno dando voce ai loro iscritti. Le nostre città, i nostri paesi, le contrade della nostra meravigliosa nazione sono costellati di monumenti; ma non sono fatti solo di monumenti! Anzi, i centri storici dei nostri mille paesi, le valli dei nostri Appennini, le nostre pianure, le dolci colline, i paesi di montagna e quelli in riva ai nostri mari sono ancora in gran parte fatti nonostante tutto di quelle case semplici ma nobili, vecchie ma non sempre antiche, dignitose anche se magari non particolari per bellezza, che però hanno una cosa in comune: una vicino all'altra, nelle loro strette stradine o nelle piazze sulle quali si affacciano assieme alla parrocchia e al palazzo comunale, formano il tessuto, la pelle, l'atmosfera dei luoghi dove è nata e dove vive la stragrande maggioranza degli italiani. Non è da molto che un numero sempre più nutrito di buoni amministratori locali ha capito il valore identitario di questo patrimonio di storia, di colori e di linguaggi e lo ha valorizzato con accorti piani regolatori, creando piccole isole pedonali, ripavimentando le strade con materiali tradizionali più nobili dell'asfalto, facendo dei «piani colore», imponendo materiali e particolari costruttivi in linea con la tradizione locale. È il risultato di un'opera di sensibilizzazione che dura da anni e che finalmente cominciava a prender piede. E ora? Ora le semplici, dignitose, oneste case dei nostri nonni non abbastanza importanti da meritarsi un vincolo della Soprintendenza, ma costruite con una misura, un'armonia e una sapienza che i nostri capomastri si erano tramandati di generazione in generazione si potranno tranquillamente abbattere per ricostruirle non solo più grandi del 35 e più alte di 4 metri, ma soprattutto senza che alcuno di quei parametri di qualità e di omogeneità difficilmente conquistati venga rispettato. Buttando così al macero con sacrilega indifferenza quella che è la piccola storia quotidiana di tutti noi! E tutte le piccole storie dei nostri 8000 comuni fanno l'irripetibile patrimonio della nostra grande storia comune. Chi garantirà ora sulla qualità architettonica di queste nuove case? Il progettista, solo il progettista! Basterà la sua parola se il sindaco o le Soprintendenze non vorranno perché non ne saranno obbligati emanare entro 30 giorni (ma come faranno nella situazione in cui sono?) delle immediate norme cogenti che limitino i danni peggiori; e purtroppo non sono tutti dei Palladio o dei Piano, i nostri progettisti basta guardarsi intorno! E di quei vecchi, sapienti e rispettosi capomastri non c'è più neanche l'ombra. Quale senso di impotenza e di frustrazione proveranno quelle migliaia di amministratori che in questi anni, in buona fede e con crescente passione e attenzione, hanno lavorato ai nuovi Piani Regolatori o ai nuovi Piani Paesistici regionali? Tutto il loro lavoro vanificato da una serie di autocertificazioni in deroga al loro operato e chi mai sarà in grado se lo abbattiamo di ricostruire quel tessuto spontaneo, ma armonico, che si è venuto creando nei secoli con linguaggi del tutto differenti da regione a regione? Chi mai sarà in grado di ricostruire quelle differenze di lessico che danno alle case di Gubbio un carattere così diverso, ma così ugualmente nobile da quelle, che ne so, di Saluzzo? E che dire delle campagne toscane con le case coloniche lorenesi (si potranno abbattere anche quelle! Non sono vincolate!) o delle cascine lombarde o delle piccole masserie pugliesi? Quelle proporzioni, quei materiali, i colori di quegli intonaci forti segnati dal tempo, di quei mattoni, delle pietre locali, le coperture dei tetti in lose, o in tegole o in tavelloni, o in coccio pesto, gli antoni, le gelosie, tutti quei «dialetti» costruttivi che ci fanno sapere che ci troviamo in Sardegna piuttosto che in Emilia, spariranno in un baleno per far posto all'anarchia e alla fantasia progettuale di tanti «professionisti » che autocertificheranno il loro progetto? Non mi pare possibile che sia questo ciò che volete; non ci credo; mi rifiuto di crederlo! Con un saluto colmo di speranza. presidente Fai Fondo Ambiente Italiano