Un paio di giorni a Capri, poi un incontro informale per Palazzo Roccella e subito a Roma alla ricerca di sponsor per «Passaggio Europa» (collettiva itinerante, con 65 artisti dell'Europa centrale e orientale, dal 15 maggio a Saint Etienne, nel terzo museo francese, 4mila metri quadri, 13mila opere in collezione, uno staff di 47 unità) e da ieri di nuovo in Francia. A Lorand Hegyi, infaticabile globetrotter dell'arte, abbiamo chiesto di commentare il panorama museale delineatosi con la presentazione del progetto per Palazzo Donnaregina e l'accantonamento dell'ipotesi Magazzini Generali. A cominciare dalle differenze tra Palazzo Roccella, a lui affidato quando sarà finito, e Palazzo Donnaregina, sede futura del museo d'arte contemporanea, che dovrebbero sancire il passaggio alla politica delle strutture stabili lungamente invocata. «Palazzo Roccella sarà un centro di documentazione, come annunciato, ma anche un centro d'arte», dice Hegyi. «Per via di un budget ridotto, non potrà disporre di una gran collezione; anche per questo il mio progetto prevede un nucleo propulsore che sappia divulgare contenuti e formare una coscienza sull'arte contemporanea». Cioè, una sorta di Kunsthalle che possa interagire con il futuro museo di Palazzo Donnaregina? «Palazzo Roccella sarà una "casa accogliente" per la comunità artistica e coinvolgerà tutti gli attori - artisti, critici, galleristi e collezionisti - attorno ad un'analisi polifonica sulla ricerca tout court. Immagino il nostro come un lavoro di "sponda", sullo stile di quello della TSI (Tate Saint Ives, ndr) rispetto alla Tate Gallery di Londra. Palazzo Roccella disporrà di una piccola collezione temporanea, con prestiti a rotazione, organizzerà mostre internazionali anche con artisti napoletani e, grazie alla collaborazione degli archivi cittadini, avrà come funzione eminente quella di centro di documentazione "glocal", globale e locale assieme». Quindi, il Comitato tecnico scientifico sta lavorando di concerto con il nascente polo museale per il contemporaneo? «Un dialogo permanente tra le istituzioni è la strada giusta per una razionalizzazione dei progetti di Palazzo Roccella e di Palazzo Donnaregina. Del resto a Napoli, come in ogni grande città, occorre una situazione pluralista, con almeno due sedi museali che interagiscano». Dopo la serie infinita di rinvii a quando l'apertura di Palazzo Roccella, purtroppo diventato simbolo delle incompiute in ambito culturale? «Spetta a Comune e Regione stabilire o meno l'apertura. Se ci sarà una volontà ed un impegno istituzionale, il Centro sarà operativo entro la prossima primavera». Con quale budget? «Dipenderà anche dal modello di gestione adottato: quello centralista con una presenza istituzionale preponderante, o quello della fondazione, aperto alla partecipazione dei privati, più autonomo. La scelta sarà ancora una volta delle forze governative. In ogni caso occorrono circa due milioni di euro l'anno per almeno un quadrienno mediante il quale sostenere un'attività duratura». Che cosa manca a Napoli rispetto alle altre città, dove, quasi sempre alle intenzioni politiche seguono i fatti e i tempi annunciati sono rispettati? «Lavoro da 26 anni alla museologia, in Ungheria, Austria, Italia, Spagna e Francia, sia collaborando che dirigendo strutture pubbliche, private e fondazioni, e non sono mai incappato in tempi organizzativi e decisionali così lenti. Mi occupo da due anni di questo progetto, e quello che mi sorprende è che a tutt'oggi manca ancora una visione chiara sul destino di Palazzo Roccella. Occorre un accordo chiaro e una corretta negoziazione preliminare tra Comune e Regione; e pur se con un budget limitato una volta giunti ad un'intesa politica bisogna lasciare lavorare gli esperti. Diversamente a subire quest'impasse istituzionale saranno ancora una volta i napoletani».