Più che una libreria, sembra un acquario, diciamo di quelli che, come a Genova, sono pezzi di mare chiusi nel vetro, col mare vero intorno: è la libreria che, a Roma, ha sede dentro la Biblioteca Nazionale, e che appare come uno spicchio di libri in vendita, ospitato in un cilindro di cristallo, dentro un oceano di volumi non esportabili ma destinati a essere consultati sul posto. Il negozio è interessante per un paio di motivi. Primo, perché, gestito dalla cooperativa Nova Musa Gelmar (la stessa che gestisce i bookshop in una cinquantina di musei nella penisola), ha già alle spalle un paio d'anni di attività piena: dunque, offre un esempio pratico di quanto possa funzionare l'idea di uno spazio-vendita dentro una biblioteca pubblica, proprio la lampadina che è alla base di una delle ultime campagne di promozione della lettura intraprese dal Comune di Roma. Secondo, perché in una zona centrale della capitale, cioè nell'area che ospita ormai solo megastore, aggirarsi tra questi banchi comporta il classico effetto-madeleine: titoli scelti, visibili perché in dose accettabile, in genere in abiti seri e senza copertine che strabordano in effetto 3D e, un tuffo al cuore, alcuni titoli da catalogo che scopriamo essere datati addirittura 1996, ma sì, quelli, un pochino lisi, sono i bellissimi album dedicati a Strehler e a Peter Brook dalla Ubulibri, l'etichetta di editoria teatrale e cinematografica legata allo storico Patalogo. Ora, sulla scorta dell'effetto madeleine Proust ha scritto la sua Recherche. Ma noi non siamo Proust. E non abbiamo la pretesa che far ritrovare a noi il nostro tempo perduto della libreria a misura umana, compassionevole con certi testi, di valore anche se «vecchi», valga la candela. La domanda obiettiva è: uno spazio vendita così sta in piedi? Franca Necci, collaudata libraia romana, che lo gestisce, spiega che sì, rende abbastanza da non soccombere: dice in termini tecnici che lei riesce a «far girare il monte merci due volte l'anno». Certo, il trucco c'è anche qui: il banco dei gadget, visto il luogo soprattutto, quaderni e penne leccatini e costosissimi, tira su il 50 degli incassi, anziché il 30 medio delle librerie «normali». Perché, spiega la libraia, il problema è che questo spazio è rigorosamente «dentro» la Nazionale: fuori non c'è insegna. E lei, dunque, tesse la sua tela cercando di intercettare i gusti di questo pubblico non di massa e medio-alto, che preferisce la saggistica alla narrativa, non ha bulimia di «novità» ma, in questi mesi ha capito, rovista con piacere nei banchi di teatro e critica letteraria. Qui, insomma, si consuma un'impresa a livello assai assai di difficoltà: vero che «tutti» quelli che passano sono alfabetizzati e non si fanno terrorizzare dall'oggetto libro, anzi lo maneggiano e lo amano, però questi passanti sono quotidianamente pochi. Franca Necci di una cosa è convinta: che imprese così possono vincerle solo professionisti competenti. «Oggi le grandi catene assumono ragazzi dalle agenzie interinali e li formano in un mese. Ma per formare un libraio vero ci vogliono vent'anni» dice. «E la competenza paga, solo se ce l'hai guadagni».