Tutto rinviato alla settimana prossima. Le Regioni non ci stanno e rifiutano di subire una decretazione durgenza che le spogli della sovranità, di recente conquistata, in materia di edilizia. Il primo testo, messo a punto, come le leggi ad personam, dallavvocato Ghedini è rinviato al mittente. Berlusconi, comunque, ha ripetuto ieri sera che la metà delle abitazioni degli italiani saranno interessate. Che dire? Sembra che, come un soufflé mal riuscito, il piano-casa un giorno si gonfi e lindomani si sgonfi. Vedremo alla fine cosa ne uscirà: una frittata rimediata con gli avanzi, una maionese impazzita, una torta pasqualina ad alto indice di gradimento? Eppure non è mai stato uno scherzo ma unidea che ha suscitato, secondo i punti di vista, desolanti angosce paesaggistiche e sfrenate velleità edificatorie. Ho avuto personalmente il senso di quanto stava accadendo quando un amico architetto mi ha riferito che aveva cominciato a ricevere, dopo il primo annuncio, due o tre richieste al giorno da clienti vecchi e nuovi, interessati a conoscere quali passi intraprendere per moltiplicare spazi abitativi, chiudere verande, soprelevare attici. Anche il felice proprietario di un ultimo piano a piazza Navona si era fatto vivo per sapere come modificare il tetto e costruirvi una terrazza con relativo roof-garden. Ora sembra che simili attese andranno deluse e che la libertà di ampliamento si spalmerà su 10 milioni di case singole o bifamiliari. Anche se i centri storici saranno risparmiati si tratterà pur sempre di un bombardamento diffuso su gran parte del territorio nazionale, di una esplosione atomica a frammentazione per quanto riguarda limpatto paesaggistico. Non è detto che questo susciterà proteste di massa. Piuttosto va analizzata la natura accattivante di una vera e propria provocazione che, proclamando la possibilità di annullare alcuni principi base dellordinamento pubblico, si presta a raccogliere un potenziale di consenso di proporzioni difficilmente uguagliabili. Solo affermando la libera noncuranza per ogni regola si poteva, infatti, far lievitare una sicura rispondenza di amorosi sensi tra il leader e il "suo" popolo. Le remore che ha poi incontrato, le obiezioni dei presidenti di Regione, del presidente della Repubblica, di Bossi, anche se costretto a fare buon viso, debbono essergli apparsi qualcosa di vecchio, di conservatore, al limite di incomprensibile. Dalla sua aveva percepito la potenzialità di un arco di consensi che va dai milioni di proprietari di case ai costruttori piccoli e grandi, dai muratori rumeni e italiani, alla ricerca di restauri e ampliamenti di appartamenti agli immobiliaristi liberi di abbattere edifici vetusti e di costruirne di nuovi, dai tanti addetti dellindotto ai risparmiatori che anelano ad investire nel mattone, dopo il naufragio delle Borse. Agli effetti della bacchetta magica, foriera di cotanti plausi, vanno aggiunte due prospettive avvincenti: lavvio di un volano di ripresa economica, sia pure parziale ma, comunque, da non disprezzare con laria che tira, e la riprova che, cancellando i pubblici controlli, è possibile rendere veloci le procedure. Se ne derivano danni non resterà che infischiarsene. Così come se ne sono sempre infischiati sindaci e amministratori regionali disinvolti, palazzinari rapaci, edificatori abusivi, non certo frenati sotto la Prima che la Seconda Repubblica dal timore dello scempio paesaggistico. Agivano, peraltro, contro la legge ma quasi certi di potersi comprare limmunità e la libertà di devastazione. Spesso in nome del progresso economico contrapposto al conservatorismo delle «anime belle», degli esteti benestanti, degli intellettuali insensibili alle esigenze dello sviluppo. Poi il fatto compiuto avrebbe disarmato il magistrato. Ma ora il teorema berlusconiano rovescia i termini stessi di questa vecchia dialettica e fornisce la prova scientifica della peculiarità unica dellavvento di questo singolarissimo personaggio al governo del nostro Paese. Il tempo trascorso dalla sua discesa in campo si avvicina ormai al ventennio e permette di adombrare il delinearsi di unepoca storica, a somiglianza di quelle del passato, lepoca post risorgimentale, lepoca giolittiana, quella fascista, e, poi, la democristiana e consociativa. Cosa distingue, a mio avviso, lepoca di Berlusconi da tutte le altre? Il fatto che in tutte le precedenti, fossero ispirate allassolutismo, al liberalismo, al nazionalismo, al cattolicesimo, al riformismo democratico, in tutte queste epoche, loperato dei governi esprimeva un livello di mediazione, culturale ancor prima che politica, tendente a raggiungere un equilibrio tra interesse collettivo e quello dei singoli. In definitiva unidea di una Nazione, ordinata da regole, pur diversamente ispirate od anche esprimenti una egemonia delle classi dominanti, che, tuttavia, aspirava a presentarsi come portatrice di del bene comune. Così si alternavano i valori - dal nazionalismo imperial rurale del fascismo al solidarismo interclassista con garanzia atlantica del cattolicesimo democratico - ma non veniva meno lambizione ad esprimere, attraverso larte della politica, le aspirazioni della collettività nazionale. Al contrario solo con Berlusconi trionfa lantipolitica come pratica ed ideologia di governo al servizio degli interessi dei singoli e degli aggregati che gravitano attorno allindividuo (famiglia, gruppo di appartenenza, coagulo localistico). Quel che fino a ieri costituiva reato è oggi atto meritorio. Scompare anche il senso di colpa dello speculatore. Da questo punto di vista la legge edilizia potrebbe segnare un trionfo della filosofia berlusconiana che coniuga lidentità fra larte del governare e lideologia della piccola impresa padana: se limpresa è mia è giusto che governi io, che scelga il prodotto di successo, che detti le regole a me più congeniali. Se qualcuno vuole sostituirmi faccia pure, lanci unOpa, simpadronisca del pacchetto azionario di maggioranza. Nel frattempo non rompa i c....; non rivendichi equilibri di potere allinterno della "sua" impresa, non caldeggi prodotti alternativi. Il Cavaliere è convinto che tale sia il liberalismo. Cosa importa, quindi, se si dissolve una eredità culturale che vedeva nella tutela del paesaggio urbano e rurale un valore inalienabile per il presente e per il futuro, se viene cancellata ogni ambizione urbanistica a un disegno di città in cui modernità e tradizione convivessero secondo regole etiche ed estetiche, fossero ispirate da Giuseppe Bottai o da Giovanni Spadolini, da Piacentini o da Piano? Conta assai di più ciò a cui aspira ogni cittadino come singolo individuo e Berlusconi sa bene di interpretare milioni di singoli cittadini, guidati dal buon senso dellinteresse immediato e non da una ricerca inutile, lenta, dispersiva del bene comune. Lo ribadirà la settimana prossima ai governatori. Bando alle ciance. Si metta mano al piccone e si dia il via alla colata di cemento. E, visto che si celebra questanno il centenario del Futurismo, potrebbe proporre, non più come provocazione ma come manifesto politico, quel proclama marinettiano contro Venezia e il chiaro di luna che vaticinava tra laltro: «Il tuo Canal Grande allargato e scavato, diventerà fatalmente un gran porto mercantile. Treni e tramvai lanciati per le grandi vie costruite sui canali finalmente colmati vi porteranno cataste di mercanzie, tra una folla sagace, ricca e affaccendata dindustriali e commercianti... Non urlate contro la pretesa bruttezza delle locomotive dei tramvai degli automobili e delle biciclette in cui noi troviamo le prime linee della grande estetica futurista».
la Repubblica
26 Marzo 2009
LA FRITTATA FUTURISTA
MA
Mario Pirani
la Repubblica
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Bene culturale
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