C'erano una volta gli affreschi. Erano lungo tutte le pareti delle grotta delle Formelle a Calvi Risorta: figure di santi, una Madonna col Bambino, il banchetto di Erode, un'Assunzione, una natività, san Giovanni Battista colto nel momento in cui diventa decollato, proprio come lo ha immortalato Caravaggio. C'erano, ma nessuno se ne curava poi tanto, e infatti agli inizi degli anni 80 i ladri se li portarono via tagliandoli ad uno ad uno con la motosega e lasciando 13 «buchi» sulle pareti di roccia, tornate alla naturale forma rupestre che avevano prima che anacoreti ed eremiti le eleggessero a loro dimora. E prima che i conti Landolfo e Gualferada, nell'XI secolo, facessero eseguire dei meravigliosi affreschi in quello che sarebbe divenuto il luogo della loro tumulazione. Ma la storia un suo lieto fine, sia pure parziale, ce l'ha: ieri il ministro della cultura greco Antonis Samaras ha restituito all'italia due di quegli affreschi, recuperati neI 2006 in un'operazione di polizia a Schinoussa, un'isoletta delle Cicladi a sud di Naxos. Location della cerimonia - alla quale erano presenti l'ambasciatore d'Italia Giampaolo Scarante, il comandante del reparto operativo dei carabinieri per la tutela del patrimonio artistico Raffaele Mancino e il direttore generale della sezione archeologica del ministero dei Beni culturali Stefano De Caro - il Museo bizantino e cristiano di Atene: «E un altro importante passo, simbolico e al tempo stesso concreto, nella collaborazione con gli amici e partner italiani nella lotta contro i furti di opere d'arte», ha commentato Samaras. Nessuna dichiarazione, invece, sulla destinazione che attende i due affreschi, entrambi immagini di santi, dopo il viaggio di rientro Atene-Roma. Improbabile che tornino alle Formelle, se le condizioni sono le stesse documentate dalla troupe di Striscia la notizia nel maggio dello scorso anno: incuria e abbandono assoluti, e un po' di materiali di risulta a chiudere l'accesso alla grotta, una delle tante cavità scavate nel tufo nel territorio dell'antica Cales, la città degli Aurunci che i Romani vollero come colonia per la sua posizione strategica, perfetta postazione di controllo di tutte le vie di accesso al Lazio, al Sannio e alla pianura campana. E che in età medievale, dopo che i saraceni l'avevano distrutta, tornò a fiorire arricchendosi di un'arte sacra di gusto bizantino. «Una grotta naturale regolarizzata a colpi di piccone», così Emile Bertaux, storico dell'arte e medievalista, introduce la descrizione della grotta delle Formelle prima di analizzare in dettaglio l'intero ciclo pittorico. Ormai documentato solo dai suoi testi e dai due affreschi recuperati. Ma chi sa che il numero dei ritrovamenti non salga. Perché a Calvi, terra di storia antica e fiera, la tenacia è regola; anche la lastra di sarcofago di Gualferada, un gioiello di arte longobarda scolpito a bassorilievo, ha sopportato un lungo esilio nei depositi della sovrintendenza prima di trovare una più congrua collocazione nella cattedrale romanica calena.